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RERUM ITALICARUM SCRIPTORES
RACCOLTA
DEGLI
STORICI ITALIANI
dal cinquecento al millecinquecento
ORDINATA
DA
L. A. MURATORI
+ + 4-
NUOVA EDIZIONE RIVEDUTA AMPLIATA E CORRETTA
CON LA DIREZIONE
DI
GIOSUÈ CARDUCCI - VITTORIO FIORINI PIETRO FEDELE
* *
TOMO XXIV - Parte VII
(BERNARDINO ZAMBOTTI - DtARIO FERRARESE)
BOLOGNA - NICOLA ZANICHELLI
BERNARDINO ZAMBOTTI
DIARIO FERRARESE
dall'anno 1476 sino al /504
A CURA
DI
GIUSEPPE PARDI
APPENDICE
AL
DIARIO FERRARESE DI AUTORI INCERTI
BOLOGNA - NICOLA ZANICHELLI
NOV 15 1949 15197
PROPRIETÀ LETTERARIA
PREFAZIONE
Muratori, Rerum Ualicarum Scriptores, tomo XXIV, parte vii — A.
Il " Diario Ferrarese „ di Bernardino Zambotti, che ora si pubblica per la prima volta, ci riporta ad un periodo tra il Medioevo e l'Età Moderna fatale per i destini del nostro Paese, quando si preparò e alla fine seguì
__ il crollo delle nostre fortune e, da uno stato assai soddisfacente e per
5 non pochi aspetti felice, l'Italia precipitò in un baratro di miserie e di sventure.
Una nazione indipendente, con costumi liberamente adottati e conformi all'indole e alle condizioni della gente, con un'agricoltura progredita ed estesa, con un'indu- stria raffinata molto rimunerativa ed esportatrice, con un commercio multiforme, intenso e diffuso per tutto il Mediterraneo, con benessere goduto da molta parte 10 della popolazione, con ricchezze straordinarie ammassate nei forzieri o esposte in palazzi e chiese d'insuperata bellezza, con una civiltà di gran lunga superiore a quella di ogni altra parte d'Europa : l'invidiata Italia cade sotto il dominio diretto o indi- retto degli stranieri e resta in balìa di soldatesche brutali e sfrenate.
Indescrivibili le ruberie, le violenze, le onte. Campi devastati, vigne schiantate, 15 case saccheggiate o incendiate, nessuna sicurezza di poter godere i frutti delle terre coltivate. Gli oggetti linamente lavorati dai nostri artigiani servono di adornamento alle luride persone dei feroci dominatori. Si riduce di continuo la nostra attività commerciale anche per grandi mutamenti in Oriente e nell'Atlantico. Quei nostri padri debbono assistere impotenti alla rapina di tesori lungamente accumulati e di 20 oggetti preziosi da tante parti raccolti o da noi fabbricati. Non possono impedire che la nostra civiltà venga deturpata dal contagio degli stranieri e dalla perdita del supremo bene: la libertà.
Come mai una tale rovina ? Come mai quei nostri antenati, così intelligenti, in buona parte così esperti per avere navigato in tanti mari e commerciato in tanti 25 Paesi, non trovarono i mezzi per allontanare da sé una sì immane sciagura ? Come mai non seppero, se non raggiungere, sull'esempio di altre nazioni, l'unità politica, almeno formare una federazione o una Lega militare ? Come mai non costituirono a propria difesa un esercito di cittadini ? Mancava forse il valore ad un popolo che
DG-
403
IV PREFAZIONE
aveva battuto uno dei più guerrieri fra gl'Imperatori germanici e portato vittoriosa- mente le armi dalle Baleari a Costantinopoli, che si era svenato in tante lotte interne, che poteva ancora vantare i più ardimentosi marinai del mondo ?
Furono il crollo e l'asservimento nostro sciagure fatali, o castighi meritati per colpe da doversi espiare con lungo martirio ? Certo ne fu causa principale l'essersi 5 quei nostri padri, in parte per interesse dei Signori, divezzati dalle armi e affidati alla difesa di mercenari, come pensa il Machiavelli !, ma altri crede che non ne sia questa l'unica ragione.
Tutti i documenti e le memorie che ci aiutano a risolvere un sì ponderoso pro- blema della nostra Storia, di quando si fissò per secoli il tragico destino della Patria, 10 meritano certo il più grande interessamento. E lo Zambotti ci racconta i fatti di una città capitale, il cui principe è uno dei massimi agitatori della Politica italiana in quel tempo; e stando continuamente a contatto e nell'intimità di persona che si trova presso di lui, può penetrare i segreti di quella Politica e conoscere, con parti- colari esatti, ampi e talora ignoti, importanti avvenimenti d'ogni parte della penisola. 15
Inoltre il cronista, uomo assai colto, educato al gusto delle lettere e della poesia latina da un umanista non privo di valore, studente e poi laureato in Legge e allievo prediletto di uno dei luminari dello Studio, ci descrive largamente l'ambiente cultu- rale e universitario di Ferrara, quando il sapere vi era grandemente apprezzato, quando la lingua latina e spesso il verso venivano usati nei discorsi ufficiali, pronunciati 20 alla presenza di principi, autorità e gentiluomini, quando l'università era tenuta in sommo onore e i suoi professori e i letterati e i dottori prendevano parte notevole alla vita pubblica, quando si fece il felice esperimento della rinnovazione del teatro classico: ambiente nel quale si plasmò l'agile intelletto di Lodovico Ariosto, traen- done non poco alimento. 25
Infine lo Zambotti ci rappresenta con minuti particolari quelle cerimonie, usanze e prodezze cavalleresche, a cui si poteva assistere, forse meglio che altrove, a Fer- rara; dove i principi, i gentiluomini, le stesse gentildonne, i nobili ospiti convenuti dalle Corti in relazioni amichevoli o in parentela con gli Estensi, accorsi da ogni parte in occasione di feste, di giostre e di tornei, tenevano vivo quello spirito cavai- 30 leresco che palpita nei poemi del Boiardo e dell'Ariosto.
Per il resto si potrebbe in gran parte ripetere quanto si è detto nella prefazione del tf Diario Ferrarese „ di autore anonimo, già pubblicato in questa medesima rac- colta, con la differenza che, mentre quello abbraccia un periodo assai più vasto, un secolo circa, e narra gli avvenimenti di Ferrara e d'altre parti d'Italia al tempo di 35 Niccolò III D'Este, di Lionello, di Borso e di Ercole I, la presente cronaca si restringe ai fatti seguiti al tempo di quest'ultimo duca, su cui in compenso ci for- nisce assai più larga messe di notizie.
1 /7 Principe, cap. XII, § 3.
PREFAZIONE
V
* * *
11 cronista Bernardino apparteneva a famiglia ferrarese assai agiata e imparentata con casate cospicue '. Il nonno paterno, maestro Zaccaria Zambotti, era un ricco speziale e lasciò morendo una spezieria ben fornita e accreditata, e dei possessi in 5 case e terreni.
Una sua figliuola, Caterina, era maritata a Giacomo Cavedon, persona ben prov- vista e stimata, podestà di Francolino; un'altra ad un Pizzolbeccari, fattore ducale a Lendinara; una terza probabilmente sposò un Perondoli, di famiglia ricca e nobile. Dei due figlioli maschi, il maggiore, Giovanni, continuò la professione paterna ed 10 ereditò, oltre la spezieria, il palazzo di famiglia, situato nella contrada di Guasperga nella parrocchia di San Romano, nel centro della città, tale che potè invitarvi a pranzo, in occasione del matrimonio d'una nipote, la duchessa di Ferrara e il principe Sigi- smondo D'Este, e dove un suo figliolo conviterà poi lo stesso duca Ercole I.
Il figlio minore di Zaccaria, Giacomo, esercitò le professione di notaio e venne 15 nominato notaro del collegio degli Artisti all'università. Egli ereditò un'abitazione più modesta di quella del fratello, pure nella contrada di Guasperga, e possessi in terreni.
Giovanni non ebbe prole legittima e adottò un figlio naturale, Zaccaria, che si lau- reò in Arti nel 1462 e in Medicina nel 1465. Probabilmente il padre aveva intenzione 20 di fargli continuare l'esercizio della spezieria, ma, viste le brillanti attitudini del gio- vane, lasciò che seguisse la sua inclinazione studiando Medicina. Difatti Zaccaria divenne un medico accreditato, anzi per la sua capacità, la sua varia cultura, l'in- dole faceta, la parola facile e arguta, fu chiamato a Corte e divenne intimo del duca Ercole, ai cui banchetti riusciva uno dei più allegri e spassosi commensali, 25 tenendo allegra la compagnia con barzellette e scherzi, e spesso pontificando inco-
1 Albero genealogico degli Zambotti ricordati nel presente diario:
Zaccaria, speziale | viveva nel 1447, Pardi, Titoli ciottolali, pp. 21-22]
Giovanni, speziale Giacomo, notaro
Zaccaria
figlio natura- le legittimato, dottore in Arti e Medicina
Caterina
m. di Giacomo Cavedon, po- destà di Fran- colino
1. di Giovanni Piz- zolbeccaii, notaro e fattore ducale a Ltndinara [Diano P. 55. 1. 5 e nota 9]
m. di Antonio Perondoli, notaro [Diario, p. 152, 1. 17]
Bernardino Francesco Giovanni
Maddalena Ginevra m. di Giovanni m. dì Simeone Del Saracino ZafFardo di Mantova
Bernardino Zaccaria Eufrosina Biante Maddalena ?
dottore in Dirit- notr.ro monaca m. di Alberto in, di Giovanni in. di Donato
to civile, autore Mainardi Ugodonici Bonfiglioli \Dia-
del presente dia- rio, p. 150. 11. 9-
rio io]
VI PREFAZIONE
ronato di pampini, principe dei divoratori. Il duca gli voleva molto bene, gli con- ferì vari uffici assai rimunerativi, lo condusse spesso con sé quando viaggiava, ad esem- pio in una gita a Venezia e nel viaggio a Mantova alle nozze della figlia Isabella, dove comparvero insieme in Piazza a cavallo, mascherati da Turchi: una delle tante trovate dell'arguto medico e cortigiano. Zaccaria, divenuto assai ricco, potè per- 5 mettersi il lusso d'invitare a pranzo il duca con la Corte e si fece anche innalzare un nuovo palazzo nell'Addizione Erculea, quartiere di moda dove le migliori famiglie gareggiavano per edificare magnifiche abitazioni.
Nella continua e confidenziale convivenza col duca Ercole, così addentro nella Politica italiana e in relazione con tanti principi, egli potè apprendere notizie impor- 10 tanti, talora segrete, che comunicava al cugino Bernardino, il cronista, con cui si doveva trovare spesso, anche perchè abitava nella stessa via, forse in una casa atti- gua a quella di lui.
Il minore dei figli del vecchio Zaccaria, Giacomo, condusse vita meno brillante del fratello Giovanni, ma molto operosa, e così mantenne, pur tirando su una numerosa 15 famiglia, i possessi lasciatigli in eredità. In casa sua si viveva con larghezza: l'uma- nista precettore del figlio Bernardino ha celebrato in versi i buoni pranzi che vi si facevano, dicendo al suo allievo: " Tua mensa comparanda — Regum deliciisque a poculisque „. Lasciò morendo, oltre due maschi, quattro femmine: Eufrosina che si fece monaca, e le altre maritate assai bene, una innanzi la sua morte con Donato 20 Bonfiglioli e le altre due dopo il suo decesso, Biante con Alberto Mainardi e Mad- dalena con Giovanni Ugodonici.
Al minore dei maschi, Zaccaria, ancora adolescente, capitò una disgrazia che poteva costargli la vita. Trovandosi in un villaggio del Ferrarese, montò un cavallo senza sella né briglia, e da questo fu scaraventato in un profondo fosso, pieno di 25 spini. Rimase tramortito e campò a stento, restando sempre balbuziente e con la mente indebolita. Ciò per altro non gli impedì di conseguire più tardi il diploma di notaro ed esercitare così la professione del padre, forse godendo di parte della buona clientela che questi s'era fatta, se il suo intelletto glielo consentì.
Il figlio maggiore di Giovanni, Bernardino, fece concepire fin dai primi anni le 30 più lusinghiere speranze. Il suo maestro a cui si è accennato fu l'umanista Codro Urceo Antonio da Rubiera, facile scrittore latino in prosa e in versi, che dette anche compimento all' ' Aulularia di Plauto. Il giovane si esercitò sotto di lui a scrivere con una certa eleganza nell'idioma romano, nel quale componeva anche versi per cui il suo maestro credeva di riscontrare in lui la stoffa di un poeta. L'Urceo 35 doveva essere certo un buon precettore, se fu poi chiamato ad educare un principe, il giovinetto Sinibaldo di Pino degli Ordelaffi Signore di Forlì.
Per la generale convinzione che carmina non dant panem, il nostro Bernardino dovette lasciare un po' da parte i suoi prediletti studi umanistici ed entrare all'uni- versità per apprendervi il Diritto, probabilmente lo stesso anno scolastico 1475-76 40
PREFAZIONE VII
in cui cominciò a scrivere il suo diario, poiché in esso le notizie sullo Studio sono sin d'allora così copiose e precise da dimostrare che egli già lo frequentava.
Come venisse in mente a un giovane sui 15 o 16 anni ' (non poteva averne di più, perchè si laureò in Diritto civile il 5 ottobre 1485, quando non contava certo 5 più di 25 anni) di raccogliere le memorie della sua città e dello Stato — soltanto più tardi estese il disegno alle altre parti d'Italia — non si spiega troppo facilmente. È molto probabile, per altro, che il suo precettore Urceo gli avesse fatto gustare i maggiori scrittori latini di Storia, e che la lettura di Tito Livio o di qualche altro lo attraesse invogliandolo a tentare di imitarlo. Fatto sta che dal 1° gennaio 1476 10 egli si pose a scrivere i fatti di Ferrara che gli sembravano degni di memoria, con esattezza e ricchezza di particolari, in forma dialettale ferrarese e con una sempli- cità spontanea, che mostrano l'immediatezza delle impressioni e dei ricordi.
All'università Bernardino seguì con maggiore interessamento le lezioni del fer- rarese Gio. Maria Riminaldi, professore di grande sapere e d'acuto intelletto. E 15 questi prese a volergli bene, lo accolse in casa sua e gli fu largo di consigli u per a dieci anni „. Incaricato dal duca Ercole di definire certa controversia tra lui e i Torelli di Parma circa l'uso dell'acqua del fiume Enza, che separava i rispettivi pos- sessi, condusse con sé quel prediletto allievo a Montecchio, dove si trattò la que- stione ; e poi recatosi a Sassuolo per riferire al principe, che là si trovava, sui risul- 20 tati delle trattative, gli presentò il giovane Zambotti.
Bernardino, poco dopo che fu entrato all'università, dette prova della sua cul- tura e conoscenza del Latino tenendo in duomo un'orazione per l'assunzione delle insegne da parte di un nuovo rettore dei Giuristi, cerimonia solenne a cui assistevano principi, autorità, gentiluomini, professori, dottori, studenti. Poco dopo, essendo morto 25 lo zio di un suo amico, dell'illustre famiglia Roverella, diresse a questo un carme latino in lode di quella casata, che aveva dato alla Chiesa prelati di alto merito. Poco appresso sostenne con un altro scolaro di Diritto una solenne disputa acca- demica all'università, in presenza dei professori e degli studenti. Fece pure un di- scorso latino per la creazione di un notare Ottenuta la laurea in Diritto civile, 30 pronunciò in duomo la solenne orazione inaugurale degli studi giuridici e fu incari- cato di tenere un corso straordinario di Diritto civile all'università.
Frattanto gli era morto il padre ed egli si trovò alla testa della famiglia, con due sorelle da maritare ed il fratello debole di mente. Venuti a mancare i guadagni del genitore, dovette cercare di supplirvi con la propria attività. Ebbe subito la nomina 35 a giudice della masseria del Comune, ufficio abbastanza importante. Ottenne poi di nuovo l'incarico di un corso straordinario di Diritto civile, ma il compenso non essendo sufficiente per i bisogni della sua famiglia, avvezza ad una vita agiata, abbandonò l'idea di fare il professore e si dette a ricercare impieghi più rimunerativi.
1 II poeta Ariosto, ad esempio, si iscrisse all'u- Catalano, Vita di Ludovico Ariosto, Ginevra, 1930, niversità al principio del sedicesimo anno di età (M. I, 93).
Vili PREFAZIONE
Ne ebbe alquanti in Ferrara, ma siccome non duravano più di sei mesi o di un anno, per l'avvicendamento richiesto dal gran numero di concorrenti preparati agli impieghi pubblici dall'università, dovette accettarne a Reggio e poi anche a Mantova, il cui principe era in grande intimità, con l'Estense.
Esercitò per lo più l'ufficio, secondario e non molto retribuito, di vicario del 5 podestà. Parrà strano che, con la sua cultura giuridica e con l'appoggio del cugino Zaccaria, non ricoprisse impieghi più onorifici e meglio rimunerati, come di podestà o capitano di giustizia; ma probabilmente gli mancava una qualità necessaria per ottenerli : la nobiltà dei natali. Vediamo infatti giovani di famiglie nobili, appena laureati, anche se non in modo brillante come lo Zambotti e non forniti del suo 10 sapere, venir subito nominati podestà o capitani. Si capisce che la classe magna- tizia dominava tuttora nella società italiana dell'ultimo Quattrocento, massime in quegli Stati fondati più sui Grandi che sul popolo, come Ferrara e altre Signorie dove la borghesia non si era affermata ancora, mentre seguiva l'opposto nelle repubbliche democratiche e grandi centri industriali, Firenze ad esempio. 15
La lontananza da Ferrara impedì al cronista di raccogliere, come prima, notizie precise, copiose, importanti sulla sua città. Quindi il suo diario scema molto d'interesse per questo. Egli vi supplisce con informazioni su altri luoghi, ma non sempre così attendibili come quelle che gli pervenivano per l'innanzi dalla Corte estense, benché a Mantova, dove fu giudice d'appello, potesse riceverne di assai attraenti da Isabella 20 D'Este, che lo apprezzava come ferrarese.
Nondimeno cessò di scrivere la cronaca nel decembre del 1504, quando, avendo su per giù 45 anni, doveva essere anzi in condizione di conoscere meglio il mondo e valutare con più maturità gli avvenimenti.
Si penserà che prendesse questa decisione per l'assenza da Ferrara e per la scarsa 25 possibilità di avere notizie esatte su ciò che vi seguiva. Ma egli aveva continuato il diario anche quando si trovava non solo a Reggio, città dello Stato ferrarese e in continui rapporti con la capitale, ma anche a Mantova, più fuori di mano rispetto a Ferrara. E poco prima tale sfavorevole condizione era cessata, perchè egli aveva ottenuto un ufficio che gli permetteva di passare la maggior parte dell'anno nella sua 30 città: quello di segretario e consultore giuridico del conte Uguccione Contrari, uno dei primi e più ricchi gentiluomini ferraresi, e giudice nei suoi vasti domini. È vero che il suo Signore gli aveva anche affidato la custodia della moglie (nientemeno che una principessa estense, Diana di Sigismondo fratello del duca) durante l'estate del 1503, che dovette passare con essa nel castello del conte a Vignola nel Modenese, 35 centro dei suoi maggiori possessi, ma avrebbe dovuto rientrare in Ferrara nell'autunno, se non fosse scoppiata una grave pestilenza per cui la contessa Contrari pensò di rimanere qualche altro tempo dove si trovava.
La causa della decisione dello Zambotti fu certamente la morte di Ercole I, che seguì il 25 gennaio 1505, cioè meno di un mese dopo la data finale del diario. Con 40
PREFAZIONE IX
la scomparsa del duca (che negli ultimi tempi era più di Ih che di qua) gli vennero a mancare le più importanti e straordinarie informazioni, né suo cugino Zaccaria aveva col successore di lui l'intrinsechezza di cui godeva col padre Ercole, né Alfonso I era punto espansivo neanche con gli amici, per la sua indole chiusa e aspra. Perciò 5 sembra naturale, sembra logico, direi, che lo Zambotti cessasse di scrivere il diario proprio alla fine del 1504, quando il suo eccezionale informatore era si gravemente infermo che morì meno di un mese dopo; quando egli si convinse che non avrebbe più potuto ravvivare con notizie politiche di non comune interesse l'aridità dei fatterelli di cronaca, tanto più che egli doveva essersi mosso sulla via annalistica con
10 l'esempio dinanzi agli occhi di un vero Storico, come Tito Livio o Cesare.
Bernardino Zambotti, giovane colto, innamorato della poesia e degli studi, non mantenne, per verità, le belle promesse della sua prima giovinezza, se era sincero l'uma- nista suo maestro nel riconoscergli straordinarie doti intellettuali: non divenne un poeta né un giurista di valore, e neanche un professore.
15 Buon conoscitore del Diritto, si vide costretto a girovagare di città in città ad
esercitare un secondario ufficio podestarile. Forse una delle sue più gradite occupa- zioni fu lo scrivere questo diario, che meritava di venir pubblicato assai prima, poi- ché giova non poco alla conoscenza della vita ferrarese e di altre città e Stati ita- liani, per quasi un ventennio denso di grandi avvenimenti, e rischiara alcuni lati di
20 essa oscuri o degni di una più larga visione, e soprattutto getta sprazzi di luce sulla Politica generale italiana in un periodo decisivo per i nostri destini, seguita attra- verso le confidenze indirette di un informatore così prezioso come non ebbe forse nessun cronista di quell'età.
La sua cronaca si conserva nella Comunale di Ferrara ed è tutta di suo pugno,
25 per cui non vi può essere sospetto di errori, come segue facilmente quando uno scritto è passato per le mani di qualche copista. Dall'esame della scrittura fretto- losa si capisce che lo Zambotti, appena conosciuta una notizia, la buttava giù sulla carta di primo getto, senza curarsi dello stile, in quella forma dialettale che doveva usare parlando. Probabilmente egli si proponeva di comporre col tempo in Latino,
30 che conosceva bene, una storia accurata nella forma, ma non gli venne poi fatto. Anche il titolo che dette al diario era in Latino : Silva chronicarum. Ma siccome questo doveva corrispondere all'opera che aveva in mente di scrivere, più che agli appunti presi volta per volta, che ne avrebbero formato la materia e che ci sono rimasti, mi sono permesso di intitolare semplicemente il suo scritto : diario ferrarese,
35 perchè, se non m'inganno, ne rende meglio lo scopo.
* *
Quasi sempre presente nel racconto troviamo il duca Ercole I, che nelle Si- gnorie il capo dello Stato, si può dire, era tutto; anzi poche volte una figura è bal- zata fuori così viva ed intera dalle pagine di una cronaca.
X PREFAZIONE
Quando s'inizia il diario, egli teneva il potere da un po' più di quattro anni, dall'agosto del 1471. Il fratello Borso, amandolo assai e forse stimando conveniente por fine al dominio di bastardi, aveva preferito lui, nato legittimo al marchese Nicco- lò III da una principessa saluzzese, al figlio del suo fratello Lionello di nascita illegitti- ma: quel Niccolò che, deluso e sdegnato, si era rifugiato presso lo zio marchese di Man- 5 tova, ma non aveva fatto nessun tentativo di rientrare a forza in Ferrara. Perciò Ercole ormai si riteneva sicuro della Signoria e si abbandonava alla sua indole spensierata. Da due anni e mezzo aveva sposato Eleonora d'Aragona, figlia del Re Ferdi- nando di Napoli, non bella ma abbastanza piacente e a lui molto affezionata, e ne aveva avuto da un anno e mezzo un amore di bambina, Isabella. Contento del suo 10 stato, amava di svagarsi anche perchè si annoiava spesso, non trovando diletto, quan- tunque avesse fatto qualche non profondo studio del Latino e non fosse privo di cul- tura, in letture prolungate e serie (almeno nella giovinezza, che nella maturità lesse assi- duamente opere storico-militari) o in conversazioni dotte, come poco prima Lionello, non impiegando volentieri il tempo nelle cure dell'amministrazione e della giustizia, 15 come il predecessore Borso. Lasciati pertanto in gran parte i pensieri dello Stato alla consorte, donna prudente, di molto criterio e seriamente educata, cercava sempre nuovi passatempi, con una irrequietudine che scopre il fondo nervoso della sua natura, rimasta scossa da una grave frattura riportata in una battaglia, per la nocella di un piede fran- tumata da una palla, e che, non ostante le lunghe cure, non era mai guarita e di 20 tanto in tanto lo tormentava e lo costringeva ad una immobilità esasperante.
Ercole I, quando stava bene in salute, non si lasciava sfuggire veruna occasione di distrarsi.
La vigilia e il giorno dell'Epifania, a sera, andava cavalcando per tutta la città, accompagnato da gentiluomini e da staffieri con torce accese, tra suoni di trombe, 25 ricevendo sulle porte delle case doni in natura: capi di bestiame, pollame, selvaggina, formaggi, salami, confettura, vini scelti ecc.
L'Epifania segnava pure il principio del carnevale : si cominciava ad andar in ma- schera e frequenti erano le mascherate per la città e le feste di ballo, anche in ma- schera, che si facevano nel palazzo ducale e nelle abitazioni di ricchi gentiluomini, 30 con gustose colazioni di confetti o con cene succulente. Soltanto più tardi si dette principio al più intellettuale divertimento carnevalesco : la commedia. Non di rado nella piazza del Comune si facevano combattimenti tra uomini d'arme o eleganti giostre, che per quella società cavalleresca costituivano assai attraenti spettacoli.
Nelle belle giornate invernali si facevano grandi battute di caccia nei boschi e 35 nelle macchie che coprivano tanta parte del territorio ferrarese, o subito fuori della città, nel Barco, grande estensione di terreno tenuta incolta e macchiosa, popolata di uccelli e di animali di ogni specie, o lungo i fiumi e i canali e nelle paludi, dove si trovava straordinaria quantità di uccelli acquatici. Le battute ai cinghiali, a cui potevano prendere parte centinaia d'invitati, riuscivano le più divertenti. 40
PREFAZIONE XI
Per queste cacce il duca disponeva di una numerosa muta di cani e di levrieri, di moltissimi falchi e astori ammaestrati, e di quei magnifici leopardi addestrati ad inseguire e ad azzannare le fiere, che l'Estense fece trasportare anche a Milano per mostrarli al Re Luigi XII. La caccia, del resto, si considerava come l'esercizio 5 più adatto a un principe guerriero, quale doveva essere il Signore, che, secondo il Machiavelli ' " debbe stare sempre in su le cacce „, per assuefare il corpo ai disagi e acquistare, anche piacevolmente, quelle cognizioni geografiche e topografiche tanto necessarie per dirigere una guerra. Era di moda allora la letteratura sulla caccia e ne tesse le lodi anche il Castiglione, guerriero e cortigiano nel senso più alto
10 della parola 2.
Durante la quaresima potevano servire di svago Messe, Vespri e uffizi della Set- timana Santa, accompagnati dai cantori e suonatori della cappella ducale, che erano tra i più valenti d'Italia e davano davvero talvolta l'illusione di cori angelici e di musiche paradisiache. Non so se potesse riuscire un passatempo, ma certo era un
15 diversivo dalla vita comune, e uno spettacolo offerto al popolo ammesso ad assi- stervi, il grande pranzo che il duca offriva a più che un centinaio di poveri, lavando loro i piedi, servendoli a tavola e offrendo ad essi doni di tessuti per rivestirsi e di danaro 3.
In primavera si facevano generalmente pesche abbondanti di storioni sul Po e il
20 duca vi si dilettava egli pure ; si correvano regate sul Po di Ferrara, di fronte alle mura meridionali della citta, assistendovi dalle due rive una folla enorme (e gare di barche seguivano anche in estate) ; interessanti pure riuscivano, per gente appassionata delle armi, i tiri con la balestra, che si eseguivano o dinanzi alla chiesa di San Gio- vanni Battista di Castel Tedaldo, o sul Po di Ferrara presso il ponte dinanzi a quella
25 fortezza. Pure a Comacchio in primavera si poteva assistere alla tratta delle reti (da non confondere con la pesca delle anguille che si faceva, invece, nell'autunno) e il duca non vi mancava.
Il 24 aprile ricorreva la festa di San Giorgio, Patrono della città, e in quella occasione signorotti emiliani e parenti degli Estensi venivano ad assistere ai nume-
30 rosi festeggiamenti. La vigilia seguiva una sfilata pittoresca dei rappresentanti delle Arti e dei castelli, con i loro gonfaloni, che si recavano a fare un'offerta di cera all'altare di San Giorgio nella cattedrale ; poi si assisteva alla mostra dei cavalli che dovevano correre il giorno dopo, in cui al mattino si facevano le rinomate corse dei barberi, e alla sera quelle di uomini e di donne e, forse anche per ridere, di asini.
35 II 1° di maggio si celebrava giocondamente la festa del maio. Principi e gen-
tiluomini a cavallo si recavano a prendere, fuori delle mura, rami verdi, e con questi
1 // Principe, cap. XIV, § 3. manze di Re spagnoli, Alfonso D'Aragona (Vespasia-
2 // Cortegiano, 1. I, § 22. NO Da Bisticci, Vite di uomini illustri del sec. XV,
3 Era un'usanza che Ercole I aveva riportato dalla Firenze, 1859, P- 5°) e cne continuava suo nipote, Ai- Corte napoletana, presso la quale era stato nella sua fonso duca di Calabria (Bkrgomensis, Supplementnm
5 giovinezza, e dove l'aveva introdotta, secondo costu- cronicarum, Brescia, 1485, 1. XV, p. 334).
XII PREFAZIONE
giostravano scherzosamente in Piazza come con altrettante lancie. Nel maggio il duca si recava quasi sempre a Volana, alle foci del Po, dove si faceva la tratta di grosse reti, che imprigionavano a mucchi pesci d'ogni specie, i quali si friggevano, si arrostivano e si preparavano 11 stesso in tanti modi per il piacere dei buongustai.
Quando nella capitale il caldo si faceva sentire, principi e cortigiani si portavano 5 a frescheggiare in qualche luogo di delizia : nei primi tempi di governo Ercole I prediligeva i castelli del Modenese e del Reggiano, freschi e pittoreschi e dove si potevano fare cacce abbondanti ; più tardi preferì le delizie più vicine e meglio prov- viste di comodi, quali Belriguardo e Copparo. E in campagna non mancavano passa- tempi, come balli campestri e cene all'aperto con canti e musiche. 10
Nel settembre e anche ai primi d'ottobre l'Estense si trovava quasi sempre a Comacchio, alla classica pesca delle anguille, che, ingrassate nella salsa laguna, sen- tono, per il crescere della salsedine con le esalazioni estive, il desiderio di tornare all'acqua del mare più fresca e meno salata, e correndo incontro a questa che entra dalle chiaviche aperte, s'imprigionano da sé nei labirinti di canne piantate sul fondo 15 delle valli. Un diversivo della pesca era la caccia nei vicini boschi di Mesola, ricchi di caprioli e di cinghiali ', o anche nei terreni paludosi di Codigoro, abbondanti di uccelli acquatici.
L'ottobre era pure un mese che si passava nelle ville di campagna, di dove si facevano cavalcate al sole ancora caldo, cacce frequenti e la sera, già fresca, riunioni 20 nelle sale per conversazioni e musica da camera.
Nel novembre ricominciava la vita ufficiale in città. Si riapriva l'università e il principe doveva ascoltare i solenni discorsi inaugurali in duomo per l'inizio dei corsi così giuridico come artistico, e assistere a qualche importante disputa accademica tra famosi professori concorrenti, o per lo meno farsi vedere a un balcone del palazzo 25 ducale mentre giù sulla porta della cattedrale due luminari del sapere discutevano, in presenza di tutta Ferrara colta, una questione di Diritto. Quando cessavano le ceri- monie ufficiali, qualche gagliarda battuta di caccia nel Barco, proprio a portata di mano, ristabiliva il buon umore nella compagnia ducale; e alla sera suntuosi banchetti rallegravano la brigata, seguiti non di rado da musica o da danze. 30
La caduta della prima neve era una festa : si andava a cavallo per la città a lanciar palle alle donne alle finestre o ai balconi, schiere di gentiluomini si sfidavano a tirar palle ; una volta i cortigiani andarono ad assalire a pallate gli studenti di Diritto nelle loro scuole, ed essi il giorno dopo si recarono in massa, circa trecento, a sfi- dare gli assalitori dinanzi al palazzo ducale, ma questi credettero prudente non met- 35 tersi allo sbaraglio con quei bollenti giovani.
Quando non sapeva come passare il tempo, Ercole I giocava: una volta non potè fare, come di solito, la distribuzione degli uffici pubblici, che si rinnovavano ogni sei mesi o ogni anno, perchè occupato a giocare per giornate intere con un ricco Ebreo.
1 Ariosto, Satira II, vv. 44-45.
PREFAZIONE XIII
Ciò che riesce più antipatico nei costumi di Ercole I è che egli si circondava
troppo spesso di buontemponi, capiscarichi, gavazzatori e crapuloni, del genere dei
famosi Messer Moschino e Fra* Gualengo (a che metton carestia ne la vernaccia ' „),
i quali lo tenevano allegro con i loro lazzi e le loro trovate, e facevano con lui frequenti
5 e lauti banchetti.
Ma la duchessa Eleonora, così costumata ? Essa lasciava fare il marito, un po' come un buon figliolo viziato, accontentandosi che le volesse bene e non si divagasse con altre donne. Non poteva, con la sua drittura di mente e severità di costumi, intrattenersi a lungo con un uomo d'indole troppo diversa; e si era tracciato un sistema
10 di vita tutto suo: pratiche religiose, affari di Stato, udienze a querelanti e supplicanti, lavori femminili con le donzelle, letture istruttive svariate 3 e anche di romanzi caval- lereschi tradotti, la musica (suonava l'arpa), la cura dei suoi bambini.
Occupazione assai frequente per Ercole I era di andare incontro a principi, am- basciatori e personaggi ragguardevoli che venivano a Ferrara o quasi di continuo vi
15 transitavano (la citta si trovava sulle più importanti vie di comunicazione, specie per acqua, tra il Nord e il Centro della penisola), riaccompagnandoli poi al luogo d'im- barco o sino ad una certa distanza, a cavallo oppure in bucintoro. Data poi la sua natura signorile, il duca ci teneva ad ospitarli in modo degno e, non di rado, a farli godere di feste e di spettacoli divertenti, sicché avessero a lodarsi delle sue
20 cure e delle sue attenzioni. Per lo più l'accoglienza a quei personaggi si faceva al porto di San Paolo sul Po di Ferrara o a Pontelagoscuro sul ramo principale del fiume, ma spesso il duca andava incontro sino alla Torre della Fossa a chi veniva da Bologna, e fino a Ficarolo a chi proveniva da Mantova o da Milano. L'alloggio era dato agli ospiti o nel palazzo ducale di Piazza, o nell'elegante palazzetta di Schi-
25 fanoia, o per lo meno in una delle più belle magioni di gentiluomini. Alle spese di mantenimento provvedeva sempre largamente il duca. Per le persone più illustri si allestivano corse, giostre o tornei, si organizzavano battute di caccia, si facevano feste di ballo.
In tali circostanze doveva riuscire soddisfacente per Ercole, così desideroso di dare
30 spettacolo al popolo, la traversata delle città con magnifiche comitive a cavallo, mentre gli ospiti di gran riguardo incedevano sotto un baldacchino sostenuto dalle persone più autorevoli per uffici o per sapere. Memorabile riuscì, a questo riguardo, l'ingresso in Ferrara di Beatrice D'Aragona, che vi passava nel recarsi in Ungheria, sposa del Re Mattia Corvino. E simili scene seguivano pure all'arrivo di qualche
30 principessa maritata ad un Estense, o alla partenza di qualche giovane della fami- glia ducale per andare a nozze. Magnifico il corteo nuziale di Lucrezia Borgia, già moglie per procura di Alfonso d'Este, a cui presero parte non meno di mille perso-
1 Ariosto, Satira IT, v. 66. dei Santi, opere di San Girolamo e scritti di Santa 5
! Dai Commentari di Cesare e dalle Lettere di Caterina da Siena (Bertoni, La biblioteca estense e la
Plinio al De Consolatane di Boezro e a moltissimi cultura ferrarese, Torino, 1903, pp. 229-33 : la libreria
libri religiosi : breviari, messali, uffizi, la Bibbia, vite di Eleonora D'Aragona).
XIV PREFAZIONE
naggi vestiti nel modo più splendido, e con tanti ori e gioielli addosso da far dire ad un poeta che sarebbero bastati per le spese di una crociata contro i Turchi. Attrasse anche maggiormente i Ferraresi, se pure meno splendido, il corteo nuziale d'Isabella D'Este, che si recava a Mantova a sposare quel marchese, data la infinita simpatia che il popolo tutto provava per la bella e gentile giovinetta cresciuta sotto 5 i suoi occhi, e la popolarità di cui godeva tra loro il giovane suo sposo, vissuto molto a Ferrara.
I viaggi sarebbero stati i divertimenti più ambiti per Ercole D'Este, se l'allon- tanarsi dalla capitale, e peggio dallo Stato, non avesse presentato pericolo. Andò per più anni di seguito ad Acqui, a curarsi il piede infermo; visitò per sciogliere 10 un voto i santuari di Loreto, di San Niccolò in Bari e di Santa Maria nelle Isole Tremiti, in ultimo la Madonna Annunziata di Firenze. E a Firenze era già stato a lungo, benché non per diporto ma come Condottiero, a Roma andò due volte per visitare due Pontefici, a Venezia si portò più volte sia per godervi il carnevale sia per ragioni politiche, era come di casa a Milano presso il genero Lodovico il Moro 15 e soprattutto a Mantova presso il genero e quasi figliolo Gianfrancesco Gonzaga. Il suo sogno sarebbe stato un grande viaggio all'Estero : un pellegrinaggio a San Gia- como di Galizia gli avrebbe offerta la possibilità di visitare Francia e Spagna; ma l'ombrosa diffidenza di Governi italiani, sospettosi che egli volesse ordire trame col Re di Francia, indussero il Pontefice, suo alto Signore feudale, a imporgli di tornare 20 indietro, quando già era giunto a Mantova.
Allorché la contentezza del principe doveva essere al colmo per la nascita di un figlio maschio, Alfonso, che assicurava la successione, egli cadde infermo così gravemente che si fecero solenni processioni, due giorni di seguito, per impetrare dal cielo la sua guarigione. Convalescente si recò, per rimettersi in salute, nella delizia 25 di Belriguardo ; ma ecco irrompere inaspettatamente in Ferrara, con circa 600 soldati, il pretendente Niccolò di Lionello e occupare la piazza principale. Lo spavento fu grande. La duchessa si rifugiò a stento nella sicura fortezza di Castelvecchio. Fortunatamente per lei e per suo marito, il pretendente aveva indugiato troppo, quat- tro anni, a tentare quel colpo di mano, e i Ferraresi lo avevano dimenticato, affé- 30 zionandosi intanto a quella coppia di giovani principi simpatici e gioviali, specie alla duchessa, pia, caritatevole e giudiziosa. Niccolò di Lionello dovette fuggire, fu preso e decapitato. Ormai Ercole D'Este poteva abbandonarsi sempre più libe- ramente alla sua natura un po' spensierata e avida di novità.
La Politica da lui seguita si orientava contro Venezia, che pure, al momento 35 della sua successione al fratello Borso, gli aveva mandato prontamente soccorsi con- tro il rivale Niccolò, protetto dal marchese di Mantova e dal duca di Milano. Il suo sposalizio con Eleonora D'Aragona aveva molto contrariata la Signoria, in lotta col padre di lei, Ferdinando Re di Napoli, per il predominio sull'Adriatico. Sto- rici ferraresi pensano che Ercole lo concludesse appunto per appoggiarsi a quel 40
PREFAZIONE XV
Sovrano contro Venezia, il cui predominio già gli pesava. Ma se si considera che il contratto del suo matrimonio fu steso il 17 agosto 1472, qualche giorno meno di un anno da che egli teneva il potere, e che stette presso di lui un anno intero un am- basciatore del Re di Napoli, Fabrizio Carafa, mandato apposta per indurlo a quelle 5 nozze, si dovrà piuttosto concludere che fu l'accorto Ferdinando D'Aragona a volere, oltre che collocare una figliola con un giovane principe di cui ben conosceva l'in- dole buona e cavalleresca (era stato educato alla sua Corte), acquistare un alleato contro Venezia in uno Stato confinante. E l'alleanza fu estesa anche al duca di Milano, con cui l'Estense era crucciato per la protezione accordata a Niccolò di
10 Lionello. Dunque, ancora ingenuo, Ercole fu abilmente raggirato e si trovò, forse involontariamente, anzi contro genio, ad iniziare una Politica che gli doveva riuscire molto dannosa e che, intanto, lo faceva apparire ai Veneziani un ingrato, in modo affatto contrario alla sua natura cortese e generosa. Di qui l'origine di quasi tutte le sue sventure.
15 Due fidanzamenti di suoi figliuoli con persone di Case ostili o non amiche a
Venezia seguirono ben presto: quello del bambinello Alfonso con Anna Sforza di Milano e l'altro della sua figlia naturale Lucrezia con il primogenito del Bentivoglio Signore di Bologna.
Ercole D'Este nutriva l'ambizione di diventare un Condottiero, anche per servirsi
20 degli stipendi militari a soddisfare la sua mania di grandi costruzioni. Fu eletto comandante dell'esercito della Lega a difesa di Firenze ed egli accettò, sebbene dovesse combattere contro il Papa, suo alto Signore feudale, e contro lo stesso suo suocero: un'altra prova che egli per lo meno non era fermo nella Politica di stare unito a lui contro Venezia, anche se il Re lo aveva fatto abilmente entrare in
25 quell'ordine d'idee.
L'Estense si era acquistato fama di ottimo soldato nell'esercito del Colleoni, specie nella battaglia di Molinella, dove si era battuto con eroico ardore ; ma come comandante non corrispose alle speranze in lui riposte. L'esercito fiorentino, per verità, era in condizione d'inferiorità a quello nemico ; però egli non riuscì a risollevarne
30 le sorti, anzi concorse a renderlo più debole per le discordie che non seppe evitare tra le due principali schiere che lo componevano: Ferraresi e Mantovani. Recatosi poi a combattere in Lombardia per esigenze della Lega, affidò il comando al fra- tello Sigismondo, che si lasciò battere completamente. La carriera militare di Ercole si poteva considerare finita, mentre egli contava sullo stipendio di Condottiero per
35 le sue fabbriche, tanto che dal campo stesso aveva ordinato l'abbattimento e la rico- struzione di una parte notevole del suo palazzo di Ferrara. La mancanza di quegli sperati guadagni influì non poco sulla fiscalità, che fu poi costretto ad adottare nel- l'amministrazione, per eseguire quei disegni che aveva concepiti quando si lusingava di poterli attuare con lauti stipendi militari, senza spremere i sudditi.
40 Frattanto un nuovo fidanzamento, quello di Gian Francesco Gonzaga, erede del
XVI PREFAZIONE
marchesato di Mantova, con Isabella sua primogenita, veniva a rendere ancora più salda la sua posizione.
Ma con tutto ciò il duca non si poteva ritenere sicuro contro una Potenza, come Venezia, che, disponendo di ingenti redditi, era in grado di armare un esercito for- midabile. Le loro relazioni diventarono sempre più tese ed ostili e alla fine scop- 5 piò la guerra combattuta negli anni 1482-84.
Formarono una Lega a difesa di Ferrara gli Stati di Milano, Napoli, Firenze, Bologna e Mantova. Ferdinando D'Aragona, che ben sapeva quale responsabilità gli toccava per avere spinto il genero alla fatale Politica antiveneziana, vi si ado- però con ogni impegno e mandò anche tutte le sue forze, comandate dal valoroso 10 duca di Calabria suo primogenito, ma questi fu arrestato sul territorio romano dal- l'esercito del Papa, alleato di Venezia; Firenze fornì aiuti soprattutto di danari, Mi- lano non fece sulle prime quanto poteva, Mantova si trovava pure minacciata.
Venezia allestì un grosso esercito e ne affidò il comando a Roberto Sanseverino, buon Generale e che in questa guerra spiegò doti di geniale ardimento. In breve 15 tutte le terre alla sinistra del ramo principale del Po, anche per il concorso di una numerosa flotta adatta alla navigazione sui fiumi, andarono perdute. I Veneziani, infine, passarono il Po e investirono Ferrara. Il comandante dell'esercito della Lega, il vecchio Federico da Montefeltro, morì; il duca Ercole cadde gravemente infermo. In quell'estremo pericolo i cittadini ferraresi, benché depressi dalla carestia e dalla 20 peste assai grave, mostrarono il loro coraggio e il loro attaccamento agli Estensi : non poche migliaia di loro si unirono alle milizie mercenarie, che formavano allora il nerbo degli eserciti. Eppure lo Stato ferrarese era fondato più sui Grandi che sul popolo. Nondimeno gli Estensi, principi certamente abili, sempre mantenendo il predominio dei nobili, lo avevano saputo moderare in modo da rendersi amici, 25 servendosi pure di altri mezzi, anche i popolani, nessuno dei quali tradì Ercole in quel tremendo momento, mentre dei Grandi vi furono alcuni, pochi per verità, che trattarono con i Veneziani ed erano disposti a tradirlo ; ma ritengo che fosse, più che per odio al principe, per gelosia verso altri gentiluomini da lui maggiormente favoriti.
Frattanto il Papa Sisto IV, avendo capito che andava contro i propri interessi 30 favorendo Venezia, abbandonò quell'alleanza, l'esercito napoletano potè giungere a Ferrara e il duca di Calabria capovolse la situazione militare. In breve la guerra divenne favorevole per la Lega, ma la Politica infida del Re di Napoli e di Lodo- vico il Moro condusse ad una pace con Venezia, nella quale Ercole D'Este fu sacri- ficato: infatti dopo tante sofferenze ed eroismi del suo popolo, egli dovette cedere 35 ai Veneziani il Polesine di Rovigo. Questa perdita, che ritenne del tutto ingiusta, lo spinse a gravi errori politici, perchè i suoi disegni furono in seguito sempre mossi da un cieco e disperato furore contro Venezia. Di un tale stato passionale seppe profittare più tardi, spingendolo ancor più sur una falsa via, quel demoniaco spirito di Lodovico il Moro, fidanzato e poi marito della figlia di lui, Beatrice. 40
PREFAZIONE XVII
A distrarlo dal cruccio che provava, in attesa di una sperata rivincita, valsero serie
ed assidue letture ', qualche conversazione anche con persone dotte 2, alcuni viaggi
ad Acqui e a Loreto per i motivi accennati, a Carpi, a Modena e a Mantova per
diporto, ma soprattutto l'esecuzione di alcuni disegni, che, con la sua mente fanta-
5 stica e smaniosa di novità, aveva concepito.
Anzitutto, per nitro, bisognò pensare ai mezzi occorrenti. La colletta, tassa sulla ricchezza, metteva a contributo gentiluomini e borghesi agiati, ed essendo stata in passato applicata con mitezza, poteva rendere assai di più. Il boccatico gravava su tutto il popolo, un tanto a testa. C'era poi la datea, una tassa agricola, pagata dai
10 proprietari di terreno in ragione dei raccolti e dai lavoratori non abbienti a testa. Le tasse di transito e doganali, in un territorio ricco di fiumi e di canali, che attra- versava quasi tutta la penisola in larghezza, davano un gran reddito, per il commer- cio intenso tra l'Italia Settentrionale e la Centrale, specie in quel momento di cosi grande prosperità per il nostro popolo. Non poche erano le rendite delle numerose
15 tenute del principe, accresciute e migliorate da lui con bonifiche.
Purtroppo, fatti i conti, tutte queste risorse non bastavano. Ed Ercole I ricorse coraggiosamente ad economie: abbandonò il troppo vasto palazzo ducale per un ristretto appartamento in Castel Vecchio, ridusse le persone di servizio, le mute dei cani e la scuderia dei cavalli, decurtò i salari degli impiegati e dei cortigiani. In
20 momenti di difficoltà finanziarie non esitò a taglieggiare negozianti, banchieri ed Ebrei prestatori, nei cui banchi impegnò assai spesso i gioielli di Corte. Si dice che ven- desse anche i pubblici uffici, ma se mai non di regola e per qualche impiego più di decoro che di utilità generale.
Le grandi soddisfazioni che l'Estense provò per la riuscita dei suoi disegni, dovet-
25 tero dunque essere spesso amareggiate dalla ricerca incessante, e talora affannosa, delle somme occorrenti.
La più importante novità è senza dubbio il rinnovamento della commedia classica, per cui egli merita il titolo di fondatore del teatro del Rinascimento. Plauto fu l'autore preferito. Ma si immaginino le difficoltà di condurre accurati studi sul teatro
30 antico, di cui venne incaricato l'erudito Pellegrino Prisciani 3, di avere traduzioni adatte alla rappresentazione, in una forma viva e spigliata, di disporre il palcoscenico e di dipingere le scene, di formare una compagnia di attori idonei.
1 Si sa che, durante una grave malattia, leggendo fatto di pensare che egli si dilettasse molto di libri una traduzione delle Storie di Quinto Curzio, si era più piacevoli, sebbene classici, come le commedie di proposto di consacrare quind'innanzi alla lettura e allo Plauto e di Terenzio, e da queste letture gli nascesse studio tutto il tempo libero. E la malattia, durante 11 desiderio di vederle rappresentate. 15 5 la quale fece un tale proponimento, dev'essere stata 2 Non già che egli tenesse circolo di letterati e quella sofferta nel tempo dell'assedio di Ferrara, che di persone colte, ma dovette conversare abbastanza fu la più grave e la più lunga della sua vita. È noto spesso con alcuni di essi, specie con Pandolfo Colle- che egli preferiva la lettura di libri storici, soprattutto nuccio, con cui poteva discorrere di Storia e di Poli- di Storia militare, ed una delle opere da lui lette quasi tica, e con Pellegrino Prisciani, con cui poteva conver- 20 io di continuo fu una traduzione della Storia romana sare del teatro antico, che tanto lo interessava.
di Dione Cassio (Bertoni, op. cit.t p. 59). Ma vien 3 In un suo libro inedito, intitolato Spectacula,
T. XXIV, p. vii — B.
XVIII PREFAZIONE
La prima esecuzione — 25 gennaio 1486 — fu quella dei Menaech?m, non per niente la più vivace e attraente delle commedie plautine. E di Plauto si eseguì quasi tutto il repertorio. Si dettero poche commedie di Terenzio, che interessò meno gli spettatori, come parrebbe, per la minore vivacità e lepidezza del dialogo. Si provò anche a rappresentare un lavoro nuovo, il Cefalo di Niccolò Da Correggio, ma 5 probabilmente con poco successo, perchè non si replicò. A un pubblico di gentil- donne e gentiluomini gaudenti doveva piacere più il genere comico che non un dramma passionale e neanche troppo felice dal lato poetico, come la produzione di quel signorotto, pur così caro alla società ferrarese per le sue doti di cavaliere e di cortigiano squisito, e anche perchè figlio di un'Estense. Spettatori così ecce- 10 zionali amavano piuttosto rallegrare lo spirito che commuoversi, o, peggio, rattristarsi.
Le prime rappresentazioni si dettero di giorno nel cortile del palazzo ducale, dove si stiparono, asserisce il cronista, diecimila persone. È già il teatro di masse ! Poi si recitò di sera, sempre nel cortile, con tante lumiere accese, perchè si capì l'effetto maggiore che doveva produrre l'illuminazione in confronto della luce cruda del 15 giorno. Infine le commedie si eseguirono, per un pubblico meno numeroso ma più distinto, nel grande salone del palazzo ducale, e per le nozze di Lucrezia Borgia, nel salone, ancor più vasto, del palazzo della Ragione, dove si calcolò che potessero stare seimila spettatori. Gli intermezzi erano rallegrati da pantomime, danze, mu- siche, canti e finti combattimenti, e qualche volta da versi ', con ingegnosi mecca- 20 nismi ed effetti scenici 2. E la mimica, la recitazione, il canto, la musica, la danza, la scherma s'intrecciavano armonicamente in modo da concorrere tutte all'effetto scenico. Ad es. i combattimenti non si facevano soltanto per mostrare la valentia nelle armi, ma insieme l'abilità nella danza e nel seguire il ritmo musicale.
Ercole I curò pure un altro genere di spettacoli, le rappresentazioni sacre, date 25 generalmente in Piazza, per dilettare e edificare il popolo. Ne furono argomenti la leggenda di San Giacomo di Galizia ; Cristo che dà cena agli Apostoli e lava loro i piedi; le scene più emozionanti della passione del Salvatore; la crocifissione di Gesù e la deposizione dalla croce, con la liberazione dal Purgatorio delle anime dei giusti dell'antichità; la resurrezione del Redentore. Più tardi la passione del 30 Salvatore fu rappresentata in una chiesa. Negli ultimi anni di vita il duca dedicò anche maggiori cure alle rappresentazioni sacre, che vennero eseguite in duomo dinanzi all'aitar maggiore: si rappresentarono la passione di Cristo fino alla crocifissione, con un Angelo che discendeva dal cielo a presentar il calice a Gesù nell'orto di Getsemani, con la liberazione dei Santi Padri dal Limbo; l'Annunciazione di Maria, con un 35
che si conserva nell'Estense di Modena, il Prisciani sere stati scritti da Niccolò da Correggio o da qualche
presenta misure e schizzi del teatro romano, ne prò- altro poeta della Corte.
pone disegni e ne tesse brevemente la storia (Bertoni, 2 In un intermezzo un'enorme palla veniva roto- io
op. cit., p. 13). landò fino in mezzo al palcoscenico; qui si apriva in
1 In un intermezzo un Cupido alato, mentre tirava due e vi apparivano dentro parecchi cantori, che si
con l'arco saette accese, recitava alcuni appropriati mettevano a cantare soavemente accompagnandosi con
versi volgari (Diario, p. 329, 11. 910), che dovevano es- la lira (Diario, p. 332, 11. 1-2).
PREFAZIONE XIX
Angelo che, al solito, discendeva dal cielo per fare la rivelazione alla Vergine ' ; il Presepe con l'adorazione dei Re Magi; e infine la vita di San Giuseppe, con un cielo che si apriva e lasciava vedere le glorie del Paradiso, tra suoni e canti di Angeli. Non sono queste, meno la prima e l'ultima, le comuni rappresentazioni sacre, 5 né limitate alla recitazione, che potevano riuscire interessanti soltanto per popolani. A Ferrara si dette un genere di spettacoli molto più complesso, a cui potevano assi- stere con diletto, oltre la folla popolare, gentiluomini e gentildonne e persone colte. La tecnica teatrale e la coreografia dovettero fare grandi progressi. L'Inferno era figurato da una enorme testa di drago alato, la cui bocca si apriva e si serrava, e
10 da cui uscirono fuori quattordici cantori del duca (i Santi Padri), ringraziando il Creatore con soavi melodie, mentre nell'interno del serpente si sentiva rumore di catene agitate da supposti diavoli, i quali mandavano fuori razzi di fuoco per la bocca, il naso e gli orecchi del drago. Il Paradiso si mostrava dal cielo aperto con il Padre Eterno in una gloria di Angeli, tra canti e musiche deliziose. Il raffigurare la discesa
15 di un Angelo dal cielo non dovette essere un facile assunto. Si può immaginare l'effetto della splendida cavalcata dei Re Magi con numeroso seguito. Ma ciò che riesce più interessante ancora ci sembra la fusione della musica e del canto con la recitazione, e perfino della danza, che si trovò modo d'introdurre senza sconvenienza in spettacoli sacri con carole di Angeli. Anzi i suoni e i canti dei valentissimi artisti
20 della cappella ducale dovettero costituire In parte più attraente di quelle rappresen- tazioni così raffinate, ma che potevano ancora riuscire edificanti, e forse colpire l'immaginazione dei credenti più delle lunghe tiritere recitate. Prima dell'invenzione del melodramma, seguita tanto più tardi, non era mai stata compiuta una così fine e mirabile fusione di tutte le arti sceniche. Lo stesso non si poteva fare nelle commedie,
25 per mantenersi fedeli agli scrittori, come esigeva il culto che si aveva per l'antichità,
ma si attuò largamente negli intermezzi, dove la musica e il canto si svolsero con
maggiore libertà che negli spettacoli sacri, e la danza divenne la signora della scena
insieme con esercizi cavallereschi e combattimenti così graditi alla società ferrarese.
In quel cervello bizzarro dal duca Ercole, forse meno adatto alle gravi e pazienti
30 cure del governo, si debbono riconoscere uno squisito buon gusto e una certa genialità.
Le corse dei cavalli sulla Via Grande erano un divertimento tradizionale per la
festa di San Giorgio. Il duca le fece pure eseguire, in altra festività, attraverso le
vie centrali della città in modo che il percorso passasse dinanzi al palazzo ducale e
si potesse assistere alla gara dai balconi di questo. Poi trasformò in un campo di corse
35 parte del Barco, quel vasto spazio subito fuori delle mura settentrionali già adibito a
1 A questa rappresentazione sacra assiste Isabella l'aria, sospesi a catene, e l'Arcangelo Gabriele, sospeso
D'Este, venuta da Mantova a visitare il padre, ed essa ne pure a una catena, ma invisibile in modo che egli pa-
fece un'ampia descrizione in una lettera a suo marito, reva poggiare sur una nuvola, discendeva fino al suolo, io
da cui si comprende quanto fosse felice la messa in isce- faceva la rivelazione alla Vergine, poi risaliva al cielo
5 na: mentre Maria recitava alcuni versetti dei Profeti, si risuonante di canti e di suoni (C. D'Arco, Notizie
apriva il cielo e compariva il Padre Eterno, circon- iV Isabella Estense, in Arch. St. It., 1845, voi. II,
dato da un coro d'Angeli, sei Serafini giravano per appendice).
XX PREFAZIONE
riserva di caccia avanti che i Veneziani ne portassero via gli animali. Prima le gare si fecero tra siepi di vimini disposte a chiocciola che giravano tre miglia, poi tra tele sostenute da pali, a chiocciola, pure con un percorso di tre miglia, infine in una larga pista tonda, tra corde tirate, con gli spettatori dentro ; il percorso era di un miglio e mezzo, ma i cavalli lo trascorrevano due volte e quindi la corsa rimaneva 5 sempre di tre miglia. Anche in ciò come si può giudicare, Ercole I si mostrò in- gegnoso e giunse ad adottare il tipo di pista che anche oggi è in uso.
Una delle sue maggiori passioni fu quella di fabbricare. Dopo aver abbattuta e ricostruita una parte del palazzo ducale, fatto edificare il grandioso loggiato al pian terreno e lo scalone per salire al primo piano; pensò di ampliare la città a Setten- 10 trione, per renderne più proporzionato lo sviluppo in lunghezza alla estensione in larghezza. E così fece la famosa Addizione Erculea, dove ben presto sorsero magni- fici palazzi, gareggiando i gentiluomini nel costruirvi le più belle abitazioni, anche per compiacere al Signore.
Questa appare la meno felice delle sue novità, perchè estese troppo l'area di una 15 città, che era rapidamente ingrossata di popolazione negli ultimi tempi, ma per i cambiamenti nelle condizioni dei piccoli Stati, impotenti di fronte alle grandi monar- chie straniere divenute poco dopo padrone d'Italia, non poteva ormai più progredire. Nelle nuove vie e piazze troppo vaste, soprattutto per una città che doveva anzi decadere, era destinata a crescere l'erba, che le avrebbe impresso un aspetto di 20 abbandono e di desolazione. Ma Ercole I non poteva ancora prevedere le calate straniere in Italia e tutte le loro conseguenze, né tanto meno che un secolo dopo Ferrara avrebbe cessato di essere capitale.
La passione del principe per fabbricare si estese alle chiese, di cui volle abbel- lire o ingrandire le vecchie e farne sorgere di nuove. Ed ebbe la fortuna di avere 25 a sua disposizione un architetto di gusto squisito, come Biagio Rossetti, che diresse la maggior parte di questi lavori; per cui le costruzioni da lui commesse presentano caratteri di non comune eleganza.
Nella cattedrale furono innalzati il braccio trasversale della croce e una nuova abside, dove il genio del Rossetti si manifestò nella curva elegante delle pareti, delle 30 cornici e dei cornicioni ; fu rifatto il coro sbassandone molto il pavimento e fu innal- zato il nuovo grandioso campanile già iniziato dal duca Borso. Le spese occorrenti vennero sostenute in parte da Ercole I, in parte col provento di una tassa e in parte col contributo del clero del duomo.
La chiesa di Santa Maria degli Angioli nel Barco, edificata da Niccolò III, fu 35 ingrandita del doppio dall'Estense per opera del Rossetti; per il compimento dei lavori si ottenne dal Papa la concessione di un'indulgenza a chi vi contribuiva con qualche somma. E così venne ampliata la vecchia chiesa di Santa Maria in Vado, su disegno di Ercole Grandi architetto e pittore, ma il Rossetti, che diresse i lavori, semplificò, schiarì e rese più snello il progetto primitivo. 40
PREFAZIONE XXI
Nella chiesa di San Domenico si costruì una nuòva grandiosa cappella. Fu edi- ficata Santa Maria della Consolazione, forse su disegno del Rossetti. Si eresse una cappelletta nel cortile del palazzo ducale, per collocarvi un'immagine della Madonna, ritenuta miracolosa. 5 Altra pregevole tendenza del duca fu di formarsi una delle più grandi e potenti
artiglierie d'Italia. Veramente tale merito è attribuito soprattutto a suo tìglio Alfonso, che un cronista descrive sulla fine del 1496 continuamente occupato, giorno e notte, a fabbricare cannoni e palle per caricarli. D'altra parte Ercole I non combattè altra guerra dopo quella contro Venezia e fu soltanto suo figlio che potè mostrare, nelle
10 battaglie a cui prese parte, di possedere le migliori artiglierie del nostro Paese. Ma il fatto che forestieri illustri venivano condotti dal padre di lui a vedere i cannoni di Castel Vecchio, lascia supporre che quel principe avesse già dato impulso alla costru- zione di bombarde, quando il suo primogenito, forse nel tempo in cui un lungo mal francese l'aveva ridotto ili tale stato che non pareva più un uomo, si mise con vero
15 furore a fabbricar cannoni e palle.
Probabilmente Ercole I, per le sue tendenze ed esperienze militari, aveva ben presto capito l'importanza dell'artiglieria, tanto che, quando Ferrara era assediata dai Veneziani, furono i tiri dei suoi grossi cannoni che spaventarono Roberto Sanseverino, giunto col suo stato maggiore nel Barco alla chiesa di Belfiore, con intenzione forse
20 di stabilirvi la sua sede, e lo costrinsero a tornarsene al sicuro bastione di Pontelago- scuro. Ma debbono essere stati proprio l'assedio e la resistenza di Ferrara che con- vinsero il duca che quando resiste la capitale, anche se tutto lo Stato sembra perduto, alla fine si salva; e che i cannoni sono dei mezzi potenti per rendere forti le città. Donde la sua cura per l'artiglieria, divenuta una vera passione in suo figlio Alfonso !.
25 In tutti questi modi Ercole I cercava di sfuggire alla noia, tormento della sua
vita, massime quando il piede con la nocella spezzata non gli dava requie, costrin- gendolo all'inazione e al letto. Aveva rinunciato, per necessità o per indole, alle occupazioni più conformi alla sua condizione: non era potuto diventare un Condot- tiero, sua maggiore aspirazione, non lo allettavano le conversazioni con letterati e dotti,
30 lo infastidivano le cure dell'amministrazione e della giustizia. Si era riservata l'asse- gnazione degli uffici pubblici, di troppo grande responsabilità, per evitare le gelosie delle grandi famiglie, e gli premeva la finanza, per ricavarne i redditi maggiori da supplire al suo continuo bisogno di grosse somme.
1 In un libro pubblicato nel 14S5 (Jacobi Philippi " nentissimi ingenii vir haberetur, quoddam insolitum Bergomensis, Supplementum cronicarum, Brescia 1485, " tormentorum genus adinvenit quod lingua materna "per Boninum de Boninis de Ragusia „, 1. XV, pp. 346- "passavolant appellatur, terribile quidem ac formi- 47) si attribuisce ad Ercole I l'invenzione del passa- " dabile tormentum „. E vero che si aggiunge subito 5 volante, specie di artiglieria di grosso calibro, il cui dopo: " Id tamen inventum cuidam bergomcnsi artifìci 15 nome compare per la prima volta nella seconda metà " attribuitur „. Ma è un Bergamasco che scrive! Co- dei sec. XV. E nel 1485 Alfonso D'Este non aveva munque quell'artefice avrebbe lavorato per conto di Er- che nove anni. Quindi è evidente che il padre lo aveva cole. E fu la scarica di un passavolantc che nel 1483 preceduto nella costruzione di grossi e potenti cannoni. spaventò Roberto Sanseverino nei pressi di Ferrara io Ecco le parole dello scrittore: " Ipse enim, cum emi- {Diario, p. 117, 1. 35). 20
XXII PREFAZIONE
Le cose cambiarono per esso con la morte della moglie nell'ottobre del 1493: da allora il duca attese abbastanza attivamente agli affari di Stato, resa ormai più matura, per lunghe riflessioni e nelle trattative con i governi, la sua mente per l'innanzi poco adatta a un serio e costante lavoro. Si sviluppò anzi in lui una sempre maggiore tendenza a occuparsi di Politica, sotto la sensazione viva della mutilazione subita, per 5 la cocente brama di vendicarsi dei Veneziani e di riacquistare il rimpianto Polesine !.
Quando si trovò in intimità con Lodovico il Moro, rimase sorpreso dall'agilità e dalla duttilità del suo ingegno politico. Dapprima, per altro, non potò fare buon viso al progetto di chiamare il Re di Francia contro il Re di Napoli, soprattutto per un tenero riguardo alla moglie, figliola del secondo; ma a poco a poco cedette alle 10 eloquenti persuasioni del genero e cominciò a pensare che la calata di Carlo Vili avrebbe giovato ai suoi propositi di rivincita sui Veneziani, che non si erano schie- rati dalla sua parte, e che coi tempo quel Sovrano, quando si fosse impadronito di Napoli, avrebbe, per il predominio sull'Adriatico, veduto di buon occhio l'abbassa- mento dell'orgogliosa Repubblica delle lagune. 15
Si lasciò pertanto trascinare e scivolò su quella falsa strada politica così antipatriot- tica, ma quando disgraziatamente non esisteva ancora una Patria italiana : di chiamare di qua dalle Alpi gli stranieri, per qualche vantaggio di ben poco conto in confronto del grandissimo pericolo che incombeva su tutta la penisola. Non si capisce come 20 uomini non privi di mente, né d'esperienza, potessero giungere ad una tale aberrazione. Le passioni e gli odi dovevano essere allora così tremendi da offuscare purtroppo la luce dell'intelletto. Ed è forse questo uno degli aspetti morali dell'Italia quattrocen tesca che ci lascia comprendere una tra le cause più deplorevoli delle nostre sventure.
Fatale fu per l'Estense la dimora a Milano presso Lodovico il Moro (che poco prima aveva fatto una gita a Ferrara con la moglie), nel settembre e ottobre 1493. 25 La sua consorte Eleonora stava morendo a Ferrara e lo attendeva ansiosamente per scongiurarlo a non concorrere alla rovina della sua famiglia, mentre egli non sapeva distaccarsi da Milano, tutto teso nelle discussioni e negli accordi col Moro. L'infelice donna spirò senza rivedere il marito, a cui aveva dedicato tutta sé stessa, un'intel- ligenza e un'operosità degne di miglior ricompensa. Ercole giunse appena in tempo 30 ad assistere ai funerali di chi si sarebbe contentata morendo di ottenere da lui una promessa rassicurante per il padre ed i fratelli suoi, e non potè essere ascoltata.
La morte della moglie, se fu dal duca molto sentita, lo liberò, per altro, non dico dagli scrupoli, che non ne doveva più avere, ma dalle amarezze che gli avreb- bero cagionato il dolore e forse i rimproveri di lei, e sciolse ogni suo vincolo con 35
1 Una delle prove della sua attività politica fu abilmente di tutto il lavoro diplomatico e dei sacrifici
l'ambasceria, composta di Pandolfo Collenucclo e Fran- pecuniari compiuti da Lodovico il Moro con l'Impe-
cesco Ariosti, che mandò nel gennaio del 1494 all'Im- ratore, per innovare il contenuto dell'investitura qua-
peratore Massimiliano a Innsbruk, a chiedergli per se l'era stata concessa ai suoi predecessori (P. Negri, Mi-
"titolo ducale e investitura imperiale di tutte le città latto, Ferrara e Vinifero durante V impresa di Carlo Vili
"e terre feudali aggregate anche di recente a^li Stati in Italia, in Arch. S t. Lombardo, a. 1917, parte 20,
"di Modena e Reggio „. Ed egli seppe approfittare p. 445).
PREFAZIONE XXIII
la Casa D'Aragona, di cui non conservava che il brutto ricordo del supposto tradi- mento con la pace di Bagnolo.
L'Estense fu dunque uno degli incitatori di Carlo Vili alla calata in Italia, o direttamente ' o per mezzo del Moro. Firenze anzi lo credette il principale istigatore, 5 la causa prima per cui la penisola era tutta sossopra, e mandò ambasciatori ad espri- mergli la sua indignazione. Per verità più colpevole di lui era il duca di Milano 2, e forse anche Giuliano Della Rovere, quegli che poi come Papa acquistò impe- ritura fama per il suo gran gesto contro gli stranieri, ma che allora, accecato dal- l'odio per Alessandro VI, si recò personalmente in Francia a sollecitare Carlo Vili
10 alla calata in Italia 3.
Gli altri Governi d'Italia si accorsero ben presto del colpevole errore d'aver age- volata o non contrastata la calata di Carlo Vili e si unirono in Lega contro di lui. Ercole D'Este no. Ormai giocava tutto per tutto sulla carta francese. Però non impedì, per tenere un po' sempre il piede in due staffe, che il figlio Alfonso si po-
15 nesse agli stipendi di Lodovico il Moro con una schiera di Ferraresi, che combatte- rono a Fornovo con sfortunato valore. Ciò non ostante Carlo Vili lo considerò come il più amico dei Signori italiani e a lui volle affidata la custodia del castelletto di Genova, fortezza di grande importanza, che restava in sospeso per allora a chi do- vesse appartenere. Parve Ercole I diventato in quel momento il più autorevole dei
20 nostri principi. E si lusingava che un'altra prossima calata del Re francese gli offrisse l'opportunità di vendicarsi dei Veneziani e di riprendersi il Polesine.
Furono momenti di grandi speranze, ma anche di improvvise e frequenti delu- sioni. Ora pareva che il Re francese radunasse un grande esercito per la nuova impresa d'Italia ; ora si spargeva la voce che la calata fosse sospesa, o peggio che
25 Carlo Vili vi avesse rinunciato per sempre.
Alla fine quel Sovrano muore ancor giovane e senza eredi diretti; e gli succede il cugino Luigi XII, con cui la Politica francese prende un indirizzo tutto contrario alle illusioni dell'Estense. Il nuovo Re accampa diritti sul Milanese e quindi minaccia Lodovico il Moro, il genero, l'amico e, diciamo pure, il complice di Ercole I. Per
30 di più si allea con Venezia, la nemica di lui, contro la quale egli sperava di valersi dell'amicizia francese. Più grande delusione e castigo della sua colpevole condotta non potevano toccargli.
L'Estense non aiuta il parente, e assiste commosso e stupito al crollo dello Stato milanese e all'accrescimento della potenza veneziana. Giunge Luigi XII in Italia ed
35 egli si reca a Milano a presentargli i suoi omaggi. Sebbene accolto dapprima con
1 Non bisogna dimenticare che suo figlio Ferrante alla difesa del suo dominio, bensì alla rovina degli si trovava agli stipendi di Carlo Vili fin dagli ultimi Aragonesi.
mesi del 1483. 3 È giusto, per altro, riconoscere che egli giunse io
2 Un'attenuante per il Moro è questa che da Asti alla Corte di Carlo Vili a Lione il i° di giugno, mentre 5 si trovava il più esposto al primo impeto francese, che fin dal 17 marzo il Re aveva manifestata la sua inten-
gli poteva senz'altro penetrare nelle viscere dello Stato, zione di calare in Italia; ma le ardenti esortazioni del
ma egli rivolgendosi a Carlo VIII non pensò soltanto cardinale ve lo rafforzarono.
XXIV PREFAZIONE
freddezza e diffidenza, giunge a rientrare in grazia del Sovrano francese, scalzando i Veneziani, che se ne crucciano e contro cui il Re rivolge le sue diffidenze. Un bar- lume di speranza traluce ancora per l'Estense, ma il ritorno passeggero di Lodovico il Moro cementa di nuovo l'alleanza franco-veneta e tronca le brevi illusioni. Ormai egli non solo riconosce impossibile la rivincita sognata, ma vede minacciato il suo 5 stesso Stato dall'ambizione del Valentino, il terribile figlio di Papa Alessandro VI, sostenuto anche dalle armi di Luigi XII, contrariamene ai suoi interessi come duca di Milano '. E per acquistare la sicurezza dell'avvenire, si trova costretto a piegare il suo orgoglio e ad imporre al vedovo figlio Alfonso di sposare la bastarda di un Papa, la malfamata Lucrezia Borgia, passata già per tante mani di mariti e di amanti. 10
Si poteva ben dire : tutto è perduto, anche l'onore! Giusta punizione per il duca, come già l'aveva subita il suo complice, degli intrighi con cui avevano contribuito a rovinare l'Italia. Se non che a lui si può accordare un'attenuante: di non aver agito per cattivo proposito, ma di essersi lasciato sospingere, prima per ingenuità e debo- lezza, poi per incomprensione e leggerezza, da due spiriti diabolici, anche contro genio, 15 a quella Politica antiveneziana causa prima delle sue sventure, e in ultimo a quella tendenza francofiia che gli parve l'unico mezzo per riparare alle perdite subite.
Ma in questo tempo le trattative con principi, le manovre, i temporeggiamenti e le schermaglie, l'assidua meditazione politica riempirono il gran vuoto della sua vita, ed egli che non era potuto diventare un Condottiero, che non era stato veramente un 20 capo di Stato finché visse sua moglie, diventò uno dei più irrequieti agitatori della Politica italiana.
*
* *
Un'altra figura balza fuori dalla narrazione dello Zambotti: quella della duchessa Eleonora, donna di carattere e vera principessa. 25
Vien fatto di domandarci come mai da un mostro morale, quale ci è dipinto Fer- dinando I di Napoli 2, abbia potuto ricever la vita, l'educazione e gli esempi una creatura così piena di pregi. Con i concetti pratici e spregiudicati che si era for- mato nella dura e lunga lotta per consolidare il suo potere e costituire del Napole- tano un vero Stato, quel Re, invece che uno degli umanisti al suo servizio, da lui con- 30 siderati soltanto come dei funzionari, dette per precettore alla figlia Diomede Carafa, un gentiluomo di vasta cultura, versato in più rami dell'amministrazione e della Po- litica, meglio adatto ad educare la mente della futura consorte di un capo di Stato. Ed egli a lei dedicò e mandò a Ferrara quel libro ricco di esperienza che s'intitola
1 Fu in questo tempo che mandò una seconda Italia per causa pubblica dell'Impero, ma come partigia-
ambasceria all'Imperatore, diretta da Pandolfo Colle- no di uno dei belligeranti (Negri, op. cit., pp. 469-79).
nuccio. Massimiliano lo aveva invitato a presentarsi 2 Secondo E. Gothkin, // Rinascimento nell'Italia
a lui a Genova, ma il duca non vi era andato, sotto meridionale (trad. it., Firenze, 1915, p. 235), le sue qua-
5 pretesto della custodia del castelletto di quella città, a lità principali erano " la simulazione insidiosa, l'ipo-
lui affidata. Il Collenuccio lo giustificò per quel rifiuto " crisia, una sete inestinguibile di vendetta che si com-
adducendo a scusa che l'Imperatore non era sceso in "piace di veder maturare lentamente i suoi frutti,,.
PREFAZIONE XXV
"I doveri del principe „, certo credendola capace di mettere in pratica i suoi con- sigli, che riguardavano " la conservazione dello Stato, l'amministrazione della giu- u stizia, l'entrate e le spese erariali, ed il benessere dei sudditi da procurarsi mediante u il commercio e l'agricoltura „ l. 5 Sinceramente religiosa, non per calcolo come altre persone della sua condizione,
alzandosi assai per tempo, Eleonora ascoltava più Messe al giorno in una modesta chiesuola, frequentava i sacramenti, visitava monasteri femminili ed era loro larga di aiuti, secondava le aspirazioni ascetiche di qualche sua donzella e più d'una accom- pagnò a farsi suora nel prediletto convento del Corpus Domini, come altre più disposte 10 a vivere nel mondo aiutò a trovar marito e accompagnò a casa degli sposi.
Dotata di spirito caritatevole, soccorreva i poveri più e meglio che poteva, senza umiliarli, anzi con parole d'incoraggiamento e di conforto.
Moralmente impeccabile (non si è elevato un sospetto sulla sua purezza), amò molto il suo Ercole prodigandogli ogni tenerezza e, come donna veramente innamo- 15 rata, gli seppe perdonare le debolezze e le leggerezze. Cosi essa, piccoletta e tutt'altro che bella, potè sempre tenere legato a se quell'uomo un po' inconsiderato. L'unico torto che il marito le avrebbe fatto, seguì durante la lunga assenza di lei, quando si recò alle seconde nozze del padre a Napoli, e con una sua damigella, da cui nacque Giulio D'Este. 20 Con quanta amorevolezza allevasse le figlie Isabella e Beatrice, rileviamo dal
fatto che esse, educate sotto la sua direzione, diventarono due tra le più compite dame di quell'età: la prima anzi può essere considerata come il modello delle gen- tildonne del Rinascimento. Anche la figlia naturale del marito (natagli prima del matrimonio), Lucrezia, curò e educò come sua finché andò sposa a un Bentivoglio. 25 I figli purtroppo si sottrassero presto alle sue direttive, ed essa non potè modificare l'indole aspra e violenta di Alfonso, né quella leggera e gaudente d'Ippolito, ne quella perversa di Ferrante che si manifestò più tardi nella congiura contro il fratello Alfonso. Devoto affetto conservò sempre per il padre Ferdinando di Napoli, che con lei si mostrò pure affettuoso e tenero ; volle molto bene al fratello duca di Calabria, di 30 cui ammirava il valore e la genialità militare, all'altro fratello Federico, di cui apprez- zava la bontà, alla sorella Beatrice, che accolse con sì grandi dimostrazioni quando passò per Ferrara nell'andare in Ungheria. Il suo ultimo pensiero sul letto di morte fu di evitare la prevedibile rovina della sua famiglia d'origine, inducendo il marito, che purtroppo non potè rivedere, a schierarsi non fra i nemici ma fra i difensori di essa. 35 11 genero Gianfrancesco Gonzaga, che venne giovinetto a Ferrara, già orfano di
madre e presto anche del padre, trattò sempre con tenerezza materna.
I fratelli del marito, soprattutto il cavalleresco Sigismondo, furono per lei com- pagni ed amici.
Donna da casa, pose ordine ed economia nell'amministrazione, sorvegliò il servi-
1 T. Persico, Diomede Carafa, Napoli, 1899, p. 150.
XXVI PREFAZIONE
dorarne e la dispensa impedendo abusi e ruberie ; fece grandi risparmi abbandonando la costosa dimora nel palazzo di Piazza per restringersi in un modesto ma grazioso appartamentino, che si fece adattare nella fortezza di Castelvecchio, forse anche per maggior sicurezza, più per i figlioletti che per sé, con il marito che stava quasi sempre in giro : aveva provato un ben comprensibile spavento per loro quando il pretendente 5 Niccolò di Lionello irruppe improvvisamente in Ferrara.
Dotata di grande attività, di criterio, di fine intelligenza politica ereditata dal padre, seppe riparare alla mancanza di volontà e di energia, al fastidio delle cure di Stato, che ella deplorava in suo marito, e si sobbarcò a tutti gli uffici che egli tra- scurava. Fin che visse, fu lei, assai più del consorte, che si occupò dell'ammini- 10 strazione pubblica e della giustizia ' e in parte del governo. Durante le assenze di lui esercitò tutti i poteri, mitigando o addolcendo con la sua delicatezza i provve- dimenti meno graditi, in modo da far nascere nei Ferraresi un grande rispetto e una devota riconoscenza per essa.
Nel momento di massimo pericolo per lo Stato, quando i Veneziani assediavano 15 la capitale e il duca giaceva quasi morente, la duchessa mostrò un virile coraggio, fu l'anima della resistenza e seppe calmare i nobili sdegnati per una Politica che ritenevano erronea. La sventura, anzi, mise ancora in miglior luce le qualità di questa principessa piena di tatto e d'energia, che sapeva riparare ai difetti di un prin- cipe meglio provvisto di fantasia che di criterio. 20
La morte di Eleonora fu una doppia sciagura per Ercole D'Este, perchè egli si abbandonò interamente a quella Politica francofila, che una donna di Casa Aragona avrebbe certamente cercato con ogni mezzo di ostacolare, e che, senza fargli raggiun- gere i fini propostisi, lo pone in cattiva luce di fronte alla Storia.
Ci si può chiedere soltanto come mai la duchessa Eleonora non abbia capito che 25 la tendenza antiveneziana seguita dal marito nei primi tempi dopo il matrimonio, poteva condurlo a gravissime conseguenze. Forse fu questo un suo torto, ma bisogna ricordare che ella provveniva dalla Corte di Napoli, dove l'odio contro Venezia, usur- patrice del predominio nell'Adriatico, veniva istillato anche nelle anime dei giovani, ed essa stessa era stata mandata a Ferrara dal padre per giovare ai fini di lui nella 30 lotta contro la repubblica di San Marco.
* * *
Gli altri membri della famiglia estense non fanno che fugaci comparse nel racconto dello Zambotti. I fratelli di Ercole, cioè Alberto, Rinaldo e Sigismondo, gli stanno
1 E stato detto che Diomede Carafa scrisse "I pensare che il Carafa lo abbia spontaneamente composto,
"doveri del principe,, per invito della duchessa di ma pensando a quella sua cara allieva, che esercitava
Ferrara e altri ha sostenuto, con buone ragioni, che uffici per lo più alieni dalla natura femminile. E ap- io
l'idea fu spontanea ; ma, se si considera che lo scritto pena lo ebbe terminato di scrivere, ne mandò una copia
5 riguarda principalmente l'amministrazione della giù- a lei, a Ferrara, ed essa tanto lo gradì che lo fece
stizia, a cui Eleonora D'Aragona dedicava, cosa assai tradurre in Latino, perche potesse avere una maggiore
rara per una donna, le maggiori sue cure, vien fatto di diffusione.
PREFAZIONE XXVII
a fianco nelle solenni cerimonie e qualche volta ve lo sostituiscono. Alberto resta lungamente in esilio non si sa per qual colpa. Sigismondo, il più affezionato e il più caro al duca, si prova ad assumere comandi militari, ma con grande sfortuna : lasciato a capo dell'esercito fiorentino dal fratello, si lascia battere completamente dal 5 duca di Calabria; comandante di una schiera ad Argenta, si lascia attirare in un agguato e vi perde la maggior parte delle sue forze.
I figli del duca, ancora giovani, compaiono solo di tanto in tanto. Il primoge- nito Alfonso, che mostra una vera passione per fabbricar cannoni, rimasto quasi subito vedovo della prima moglie, Anna Sforza, si trascina per lungo tempo gravemente
0 infermo di mal francese e non può, forse per sua fortuna, prender parte alla battaglia di Fornovo, dove una schiera ferrarese da lui arruolata venne molto decimata. Lo pone in luce il suo matrimonio con Lucrezia Borgia, per le splendide feste che si celebrarono in quell'occasione.
II leggero e brillante prelato Ippolito, a 8 anni arcivescovo primate d'Ungheria, 5 di dove sospira continuamente l'Italia e la sua dilettosa Ferrara (quantunque neanche
là gli manchino la caccia, i buoni arrosti e il vino, che tanto gli stanno a cuore) ', cardinale a 14 anni, arcivescovo di Milano, vescovo di Ferrara e di altre città, investito delle più ricche prebende, si fa notare più che altro per la sua smania di feste e di divertimenti. Ferrante, giovane serio e buon soldato, vive alcuni anni in Francia al ser-
0 vizio di quel Re ; e appena tornato in Italia, prende parte alla guerra di Pisa, agli stipendi
dei Veneziani. Sigismondo junior non si trova ancora in età da figurare nel mondo.
Le tre figlie del duca : Lucrezia naturale, Isabella e Beatrice legittime, le vediamo
fidanzate bambine e spose giovinette, la prima ad Annibale Bentivoglio di Bologna,
la seconda a Gianfrancesco Gonzaga di Mantova, la terza a Lodovico il Moro.
5 Beatrice sembra avere la sorte più bella in una splendida Corte; ma, oltre a non essere del tutto contenta per le palesi infedeltà del marito con la leggiadra Lucrezia Crivelli, muore giovanissima 2. Lucrezia vive abbastanza soddisfatta a Bologna. Isa- bella appare veramente felice, prima come fidanzata per le frequenti visite dello sposo, poi come moglie di un illustre capitano che si batte con grande valore in tutti i campi
0 d'Italia e quando non combatte torna spesso con lei a Ferrara ; consolandosi essa delle sue lunghe assenze con la letteratura, la musica, le relazioni con letterati e artisti e tante altre belle occupazioni nel suo magnifico palazzo di Mantova 3, dove la ritrova il cronista mentre regge lo Stato per il marito assente 4 e ne riceve in- teressanti informazioni.
1 Ariosto, Satira I, vv. 103-3 e S. II, v. 40. di Luzio-Renier, specie Mantova e Urbino, Torino,
2 J. Cartvvright, Beatrice D'Este duchesse of Mi- 1893. 10 lan, Londra, 1899. * Mentre gli scrittori osservano, quasi con stu-
3 J. Cartwright, Isabella D'Este marquise de pore, che Isabella dirige il governo con una prudenza Mantoue, trad. francese, Parigi, 1912; numerosi scritti e una sagacia incredibili in una donna, non ricordano di Alessandro Luzio su di lei, specie La coltura e le che essa ne aveva avuto l'esempio dalla madre Elco- relazioni letterarie di Isabella D'Este, in Giorn. S t. nora, la quale resse Ferrara per lungo tempo e quasi 15 della Letteratura :t., XXIII, 1899 e 1901; e altri di continuo per alcune parti dell'amministrazione.
XXVI PREFAZIONE
dorarne e la dispensa impedendo abusi e ruberie; fece grandi risparmi abbandonando la costosa dimora nel palazzo di Piazza per restringersi in un modesto ma grazioso appartamentino, che si fece adattare nella fortezza di Castelvecchio, forse anche per maggior sicurezza, più per i figlioletti che per sé, con il marito che stava quasi sempre in giro: aveva provato un ben comprensibile spavento per loro quando il pretendente 5 Niccolò di Lionello irruppe improvvisamente in Ferrara.
Dotata di grande attività, di criterio, di fine intelligenza politica ereditata dal padre, seppe riparare alla mancanza di volontà e di energia, al fastidio delle cure di Stato, che ella deplorava in suo marito, e si sobbarcò a tutti gli uffici che egli tra- scurava. Fin che visse, fu lei, assai più del consorte, che si occupò dell'ammini- 10 strazione pubblica e della giustizia ' e in parte del governo. Durante le assenze di lui esercitò tutti i poteri, mitigando o addolcendo con la sua delicatezza i provve- dimenti meno graditi, in modo da far nascere nei Ferraresi un grande rispetto e una devota riconoscenza per essa.
Nel momento di massimo pericolo per lo Stato, quando i Veneziani assediavano 15 la capitale e il duca giaceva quasi morente, la duchessa mostrò un virile coraggio, fu l'anima della resistenza e seppe calmare i nobili sdegnati per una Politica che ritenevano erronea. La sventura, anzi, mise ancora in miglior luce le qualità di questa principessa piena di tatto e d'energia, che sapeva riparare ai difetti di un prin- cipe meglio provvisto di fantasia che di criterio. 20
La morte di Eleonora fu una doppia sciagura per Ercole D'Este, perchè egli si abbandonò interamente a quella Politica francofila, che una donna di Casa Aragona avrebbe certamente cercato con ogni mezzo di ostacolare, e che, senza fargli raggiun- gere i fini propostisi, lo pone in cattiva luce di fronte alla Storia.
Ci si può chiedere soltanto come mai la duchessa Eleonora non abbia capito che 25 la tendenza antiveneziana seguita dal marito nei primi tempi dopo il matrimonio, poteva condurlo a gravissime conseguenze. Forse fu questo un suo torto, ma bisogna ricordare che ella provveniva dalla Corte di Napoli, dove l'odio contro Venezia, usur- patrice del predominio nell'Adriatico, veniva istillato anche nelle anime dei giovani, ed essa stessa era stata mandata a Ferrara dal padre per giovare ai fini di lui nella 30 lotta contro la repubblica di San Marco.
Gli altri membri della famiglia estense non fanno che fugaci comparse nel racconto dello Zambotti. I fratelli di Ercole, cioè Alberto, Rinaldo e Sigismondo, gli stanno
1 È stato detto the Diomede Carafa scrisse "I pensare che il Carafa lo abbia spontaneamente composto,
" doveri del principe „ per invito della duchessa di ma pensando a quella sua cara allieva, che esercitava
Ferrara e altri ha sostenuto, con buone ragioni, che uffici per lo più alieni dalla natura femminile. E ap-
l'idea fu spontanea ; ma, se si considera che lo scritto pena lo ebbe terminato di scrivere, ne mandò una copia
5 riguarda principalmente l'amministrazione della gin- a lei, a Ferrara, ed essa tanto lo gradi che lo fece
stizia, a cui Eleonora D'Aragona dedicava, cosa assai tradurre in Latino, perche potesse avere una maggiore
rara per una donna, le maggiori sue cure, vicn fatto di diffusione.
PREFAZIONE XXVII
a fianco nelle solenni cerimonie e qualche volta ve lo sostituiscono. Alberto resta lungamente in esilio non si sa per qual colpa. Sigismondo, il più affezionato e il più caro al duca, si prova ad assumere comandi militari, ma con grande sfortuna : lasciato a capo dell'esercito fiorentino dal fratello, si lascia battere completamente dal 5 duca di Calabria; comandante di una schiera ad Argenta, si lascia attirare in un agguato e vi perde la maggior parte delle sue forze.
I figli del duca, ancora giovani, compaiono solo di tanto in tanto. Il primoge- nito Alfonso, che mostra una vera passione per fabbricar cannoni, rimasto quasi subito vedovo della prima moglie, Anna Sforza, si trascina per lungo tempo gravemente
10 infermo di mal francese e non può, forse per sua fortuna, prender parte alla battaglia di Fornovo, dove una schiera ferrarese da lui arruolata venne molto decimata. Lo pone in luce il suo matrimonio con Lucrezia Borgia, per le splendide feste che si celebrarono in quell'occasione.
II leggero e brillante prelato Ippolito, a 8 anni arcivescovo primate d'Ungheria, 15 di dove sospira continuamente l'Italia e la sua dilettosa Ferrara (quantunque neanche
là gli manchino la caccia, i buoni arrosti e il vino, che tanto gli stanno a cuore) ', cardinale a 14 anni, arcivescovo di Milano, vescovo di Ferrara e di altre città, investito delle più ricche prebende, si fa notare più che altro per la sua smania di feste e di divertimenti. Ferrante, giovane serio e buon soldato, vive alcuni anni in Francia al ser-
20 vizio di quel Re; e appena tornato in Italia, prende parte alla guerra di Pisa, agli stipendi
dei Veneziani. Sigismondo junior non si trova ancora in età da figurare nel mondo.
Le tre figlie del duca : Lucrezia naturale, Isabella e Beatrice legittime, le vediamo
fidanzate bambine e spose giovinette, la prima ad Annibale Bentivoglio di Bologna,
la seconda a Gianfrancesco Gonzaga di Mantova, la terza a Lodovico il Moro.
25 Beatrice sembra avere la sorte più bella in una splendida Corte; ma, oltre a non essere del tutto contenta per le palesi infedeltà del marito con la leggiadra Lucrezia Crivelli, muore giovanissima 2. Lucrezia vive abbastanza soddisfatta a Bologna. Isa- bella appare veramente felice, prima come fidanzata per le frequenti visite dello sposo, poi come moglie di un illustre capitano che si batte con grande valore in tutti i campi
30 d'Italia e quando non combatte torna spesso con lei a Ferrara ; consolandosi essa delle sue lunghe assenze con la letteratura, la musica, le relazioni con letterati e artisti e tante altre belle occupazioni nel suo magnifico palazzo di Mantova 3, dove la ritrova il cronista mentre regge lo Stato per il marito assente * e ne riceve in- teressanti informazioni.
1 Ariosto, Satira I, vv. 103-3 e & II, v. 40. di Luzio-Renier, specie Mantova e Urbino, Torino,
2 J. Cartwright, Beatrice D'Este duchesse o/ Ali- 1893. io lan, Londra, 1899. * Mentre gli scrittori osservano, quasi con stu-
1 J. Cartwright, Isabella D'Este marquise de pore, che Isabella dirige il governo con una prudenza
5 Mantoue, trad. francese, Parigi, 1912; numerosi scritti e una sagacia incredibili in una donna, non ricordano
di Alessandro Luzio su di lei, specie La coltura e le che essa ne aveva avuto l'esempio dalla madre Eleo-
relazioni letterarie di Isabella D'Este, in Giorn. S t. nora, la quale resse Ferrara per lungo tempo e quasi 15
della Letteratura :t., XXIII, 1899 e 1901; e altri di continuo per alcune parti dell'amministrazione.
XXVIII PREFAZIONE
Delle nuore del duca, la prima, Anna Sforza, rimane in vita solo pochi anni a Ferrara; della seconda, Lucrezia Borgia, non ci sono narrate che le feste nuziali.
Dei generi dell'Estense, Annibale Bentigoglio compare solo in cerimonie ufficiali, rimanendo ancora nell'ombra del padre Giovanni, abile e potente Signore di Bologna, venuto spesso a visitare l'alleato e amico Ercole; Lodovico il Moro, recatosi una 5 sola volta con la sposa presso il suocero, si intuisce sempre più legato a lui dalla comunanza di direttive e di maneggi politici, anche per le frequenti gite di questo a Mi- lano; Gianfrancesco Gonzaga non può vivere, quando non si trova al campo, senza il caro suocero, che viene tutte le volte che può a trovare a Ferrara o conduce seco a Mantova. E le informazioni da esso fornite all'Estense o alla moglie durante le 10 guerre da lui combattute, vengono ad arricchire la cronaca dello Zambotti.
Dei parenti napoletani il duca di Ferrara riceve prima dirette notizie, poi indi- rette informazioni dal marchese di Mantova quando guerreggia nel Napoletano, per mezzo della figlia Isabella. Quindi dal nostro diario sappiamo non poco sulla politica di Ferdinando I D'Aragona, sulle imprese guerresche del figlio duca di Calabria, sullo 15 sfacelo del regno aragonese e soprattutto sulla guerra di riconquista fatta da Ferdinando II, sulla successione di Federico III dopo la precoce morte del nipote e sul crollo definitivo di quello Stato.
* * *
Il parente di Ercole I sul quale lo Zambotti ci fornisce più copiose notizie, specie 20 per il periodo della giovinezza, è Gianfrancesco Gonzaga : s'intesse sotto i nostri occhi la trama della sua preparazione alla vita di Condottiero.
Le relazioni tra Mantova e Ferrara, un tempo così intime e cordiali, erano state turbate da due fatti : l'esclusione dalla successione nella Signoria di Niccolò di Lio- nello D'Este, figlio di una Gonzaga, e il cruccio dello zio marchese Lodovico per 25 la decapitazione del giovane dopo la sfortunata impresa per impadronirsi con la violenza di Ferrara ; un'aspra contesa tra il marchese Federico ed Ercole D'Este, quand'erano tutti e due agli stipendi dei Fiorentini, per il bottino di un castello senese conquistato, che cagionò addirittura una battaglia tra soldatesche mantovane e ferra- resi. Poco dopo, per altro, Federico Gonzaga riflettè quanto fosse utile ad ambedue i 30 piccoli Stati, posti tra altri più potenti e da essi minacciati, l'antica unione e volle rinnovarla (persuaso anche dal fratello, cardinale Francesco, grande amico degli Estensi), col fidanzamento del primogenito Gian Francesco con la primogenita del- l'Estense, Isabella. Si aggiunga che il marchese era malato e, pensando di dover presto morire, voleva prima accasare quel figliolo suo; e la figlia di una donna 35 di alte qualità intellettuali e morali, come Eleonora D'Aragona, gli pareva la mi- gliore scelta '.
1 Egli si preoccupava anche delle qualità fisiche cadenza per l'aspetto e per la salute; e Isabella, anche della giovanetta, perchè la sua famiglia, a causa di così bambina, oltre a mostrare una precoce intelligenza, 5 matrimonio con donne brutte o malaticce, era in de- appariva bellissima, ben fatta e sana.
PREFAZIONE XXIX
Il fidanzato, nato nel 1466, era allora, nel 1480, sui 14 anni, la fidanzata, nata nel 1474, ne aveva appena 6; il matrimonio non si poteva celebrare che dopo un certo periodo di tempo, ma frattanto quella promessa offrì l'occasione a frequenti scambi di visite fra le due Case, e a continue gite di Gianfrancesco a Ferrara, che divenne 5 quasi la sua seconda patria, come la famiglia della futura sposa — per lui rimasto privo della madre e poco dopo anche del padre, e con tre sorelle ben presto mari- tate — divenne quasi la sua famiglia, date la bontà e affettuosità dei suoceri.
Non era ancora trascorso un mese dal fidanzamento ed ecco che Eleonora D'Ara- gona si reca a Mantova con la bambina Isabella a visitare il marchese Federico, vi 10 si trattiene alcuni giorni e al ritorno conduce con sé il giovinetto Gian Francesco, rimasto parecchi giorni nell'intimità degli Estensi, che lo fanno assistere a due giostre, genere di divertimenti molto attraente per lui.
Alcuni mesi dopo il duca Ercole si reca a Mantova per assistere alle nozze di una sorella del futuro genero e al ritorno conduce questo con sé. Si seguono a Fer- 15 rara feste di ballo in onore dei due fidanzati, così nel palazzo estense come in quelli di cospicui gentiluomini, e altri divertimenti per parecchi giorni.
11 marchese Federico visita la Corte estense in occasione delle feste di San Gior- gio, Patrono di Ferrara, conducendo con sé una figliola ; e si dà in loro onore una grande festa di ballo e si fa una battuta di caccia per il marchese. Egli parte 20 lasciando la figlia presso la duchessa Eleonora.
Pochi mesi dopo, il giovane Gianfrancesco viene anche lui a Ferrara e vi si trattiene alcuni giorni assistendo ad una giostra certo organizzata per suo divertimento.
Nel decembre di quell'anno Isabella D'Este si reca a Mantova e vi rimane più di quindici giorni, trascorrendo col suocero e col fidanzato le feste di Natale. L'ac- 25 compagna al ritorno Gian Francesco. Ma quelli eran brutti tempi, perchè stava per scoppiare la guerra tra l'Estense e Venezia, durata due anni, nei quali Ferrara si trova nelle più spaventose condizioni: peste, fame, il nemico alle Porte. Natural- mente cessano le gite del Gonzaga, tanto più che il futuro suocero, oltre a correre gran pericolo, si trova gravemente infermo, e la giovinetta Isabella è condotta a 30 Modena, dove il fidanzato si reca a visitarla.
Ma si stringono sempre più i vincoli di amicizia tra Gonzaga ed Estensi per l'alleanza e l'assistenza prestata al duca di Ferrara dal marchese di Mantova; questi poco dopo muore, e subito Ercole I si reca a visitare il futuro genero successo nella Signoria. 35 Conclusa la pace, cessata la pestilenza e ritornata la prosperità a Ferrara, il gio-
vane Gian Francesco dimora alquanto presso i futuri suoceri e, ormai orfano di tutti e due i genitori, trova in questi un altro padre e un'altra madre. Si organizzano per lui una grande cacciata e delle giostre, nelle quali egli " corre le lanze per imparare „, assistito e vigilato amorosamente dall'Estense in questi primi esperimenti non sempre 40 privi di pericolo.
XXX PREFAZIONE
Appena egli è tornato a Mantova, ecco che il duca si reca presso di lui per cac- ciare e darsi ad altri passatempi e, dopo una diecina di giorni, lo riconduce seco nella sua capitale. Quivi Gian Francesco assiste all'offerta delle Arti e dei castelli, e alla mostra dei cavalli da corsa la vigilia delia festa di San Giorgio, poi alle corse in questa solenne festività, nelle quali ottiene il premio un suo barbero, essendo la razza 5 gonzaghesca dei cavalli forse la prima del nostro Paese. Quasi ogni giorno egli si esercita a correre lance con alcuni cortigiani del duca, che erano tra i più valenti giostratori d'Italia. Si allestiscono per lui corse di cavalli nel Barco. Non è ancora trascorso un mese dalla sua partenza e già il duca si trova a Mantova, di passaggio per recarsi ai bagni di Acqui. 10
Nel gennaio e nei primi di febbraio del 1486 Gian Francesco è a Ferrara, assi- ste al primo esperimento di teatro classico con la recita dei Menaec/wii di Plauto, partecipa a una grande battuta di caccia, prende parte a parecchie feste di ballo. Nell'aprile vi torna per le feste di San Giorgio e per le corse. Nel settembre vi si trova ancora e assiste a corse di cavalli nel Barco, e poi si reca a vedere la 15 famosa pesca delle anguille a Comacchio. Prende parte col suocero ad un congresso politico a Lugo e s'inizia così, sotto la direzione di lui, all'arte della diplomazia.
Nel decembre è di nuovo a Ferrara e ottiene da Ercole I che vi si cominci ad andare in maschera il 20 di quel mese anziché il 6 di gennaio, com'era usanza tradizionale, vi si trattiene, forse con qualche breve gita a Mantova, fino ai primi di 20 febbraio '87, prendendo parte a feste di ballo mascherato e ad altri divertimenti, assistendo alla rappresentazione del Cefalo di Niccolò Da Correggio e ùeW Anfi- trione di Plauto ; accompagna la sposa di Giulio Tassoni, con il quale si era stretto in amicizia, al palazzo di lui, dove si trattiene a ballare e a cenare ; accompagna a marito a Bologna Lucrezia, figlia dell'Estense, e là giostra valentemente riportando 25 il premio, assistito paternamente dal suocero in tale sua prima grande prova.
Frattanto questi, nella primavera dell' 8 7, vuol compiere un pellegrinaggio a San Jacopo di Galizia, e nel viaggio passa per Mantova e vi si indugia tanto che ve lo raggiunge un messo del Papa e gli intima di rinunciare al pellegrinaggio e portarsi a Roma. Anche prima del ritorno a Ferrara del duca, vi si reca il marchese Gon- 30 zaga presso la sua seconda madre, la duchessa Eleonora, e accompagna per un tratto il figlioletto di lei, Ippolito, che parte per l'Ungheria ad assumervi l'ufficio di Pri- mate. Pochi mesi dopo ve lo vediamo di nuovo a diporto, così nel settembre come nel novembre '87 e, quando riparte, conduce seco l'Estense, che si trattiene parecchio presso di lui per cacciare e prendersi altri svaghi. 35
Le feste natalizie di quell'anno e il gennaio dell'88 il Gonzaga non potè muo- versi da Mantova, intento ai preparativi per le nozze della sorella Elisabetta, che andava sposa al duca d'Urbino. Nel febbraio il duca Ercole si trova assente dalla sua città per passar le feste carnevalesche a Venezia. Ai primi di marzo il Gonzaga è a Ferrara, ed egli e il suocero ne partono insieme per recarsi a Milano, a caccia 40
PREFAZIONE XXXI
e a prendersi altri svaghi. Ma mentre il duca s'indugia presso Lodovico il Moro, il marchese di Mantova torna a Ferrara e assiste alle corse per le feste di San Gior- gio il 24 aprile. Vi si trova di nuovo nel giugno e tiene tavola in una giostra insieme con Giulio Tassoni. 5 Ormai il periodo della spensieratezza giovanile era passato e, benché di soli
23 anni, il Gonzaga pensava ad iniziare la carriera di Condottiero, seguita da quasi tutti quelli di sua famiglia. E Venezia lo elegge come capitano insieme con Fran- cesco Secco, valente uomo d'armi mantovano. Egli si trova a Venezia nel marzo dell'89, ma nell'aprile giunge a Ferrara per le feste di San Giorgio e per le corse
10 dei cavalli; accompagna il Visdomino veneziano all'offerta alla chiesa di San Marco; prende parte alla festività del maio insieme con i giovani di Casa D'Este e ad una grande battuta di caccia. Parte per Venezia verso la fine di maggio e ai primi di giugno si trova di nuovo a Ferrara, accompagnato nell'andata e nel ritorno da due fratelli del duca.
15 Frattanto sta per isposare la sua terza sorella, Maddalena, promessa a Giovanni
Sforza, Signore di Pesaro, ed egli si occupa dei preparativi per quel matrimonio, seguito nell'ottobre. Gli necessita di recarsi a Venezia nel novembre e, tornando di Ih, passa per Ferrara e conduce con sé il suocero a Mantova a cacciare. Alla fine di dicembre torna a Ferrara, ottiene dal duca che si anticipi l'andata in maschera
20 al 26 di quel mese, passa le feste natalizie alla Corte estense, dove in quei giorni si danno continue feste di ballo in maschera. Il 7 gennaio 1490 egli ne fa fare una a sue spese, con in più una bella cena, nel palazzo di Giulio Tassoni, con intervento dei duchi e della loro famiglia. Poi parte per Mantova a compiere i preparativi per le proprie nozze, che seguono nel febbraio con magnifiche feste di ballo, cene e
25 giostre, a cui si trova presente il nostro cronista.
Non mancano, nemmeno per il periodo successivo, le notizie su Gian Francesco Gonzaga nel diario dello Zambotti, tanto più che il marchese fa frequenti gite a Ferrara per rivedere i suoceri e intendersi con il duca su questioni politiche, nelle quali molte volte si rimette al parere di lui. Ma ormai la sua azione di Condottiero, specie dopo
30 Fornovo in cui dette prova di uno straordinario valore ', appartiene alla storia generale e quindi non troviamo gran che di nuovo nella nostra cronaca, che ci serve così bene per conoscere la sua giovanile di lui, la quale si svolge quasi più a Ferrara che a Mantova stessa.
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35 Scena degli avvenimenti Ferrara, che dalla descrizione del cronista appare piena
di vita e popolosa (sempre più affollata da operai venuti per i grandi lavori in esecu- zione), dove le nuove aspirazioni suscitate dal Rinascimento non hanno ancora tro-
1 Luzio-Renier, Francesco Gtnzaga alla battaglia di Fornovo, Firenze, 1890.
XXXII PREFAZIONE
vato argini alla piena disordinata e traboccante, né freno il desiderio della roba e dei piaceri, sicché le frequenti esecuzioni capitali non bastano a impedire i conti- nui atti d'immoralità, furti e assassinii. Né l'esempio viene dall'alto come un tempo, quando signoreggiava Niccolò III, lussurioso e violento. Gli ultimi principi sono Lionello, un umanista mite e nobile, Borso, continente e giusto, Ercole, buon marito 5 e padre, con una consorte modello di pietà e di pudicizia. Ma il buon esempio della Corte non basta a migliorare i degenerati costumi, che si debbono ritenere conse- guenza inevitabile del tempo, e soprattutto delle circostanze speciali di una città invasa da una folla di braccianti e d'operai senza legami e senza freni morali.
11 popolo ferrarese era forse un po' grossolano, spensierato e manesco, ma in 10 fondo buono, forte e generoso. Durante la guerra con Venezia resiste gagliarda- mente alla carestia, alla peste, al terrore dell'invasione di Schiavoni incendiari e sac- cheggiatori; si arma in massa per combattere, raffrenato a stento nel suo ardore dalla prudenza dei capi ; si mostra sempre fedele e affezionato al suo principe. Coi nemici alle Porte, è soprattutto ansioso della salute di lui gravemente infermo, contento 15 di poter constatare che vive ancora, quando, aperte le porte della sua camera, una folla commossa e con le lacrime agli occhi la traversa per vedere il suo duca e toccargli la mano. Scena indimenticabile ! Ecco perchè Ercole D'Este, avendo il popolo così amico, si salvò nella più grande avversità, e non soltanto per essere anti- quato nel dominio '. 20
Su quello sfondo tumultuoso una Corte brillante, rallegrata da rappresentazioni profane e sacre, feste di ballo, canti e musiche, giostre e lauti pranzi. Ma dietro quelle gioconde apparenze covavano le gelosie e gli odi tra le maggiori famiglie, assai pericolosi per uno Stato fondato più sui Grandi che sul popolo. Se ne vide l'esplosione nel momento più grave per Ferrara, coi nemici alle Porte, quando 25 alcuni gentiluomini imposero l'esilio dei Trotti, che apparivano fin allora i più favo- riti dalla Corte, e la duchessa Eleonora fu costretta a sacrificare a quell'odio il suo fedele e ottimo segretario Paolo Antonio di quella famiglia, capro espiatorio di una Politica iniziata, se non m'inganno, assai prima della sua entrata in ufficio.
Anche la buona gente del volgo non manca di divertimenti, e, pur nella sua 30 condizione piuttosto misera, gioisce a veder passare le splendide cavalcate, i magni- fici cortei di spose e di principi che arrivano o che partono; ad assistere alle corse lungo la Via Grande, alle regate sul Po, ai tiri al bersaglio dinanzi a Castel Tedaldo, alle giostre in Piazza, alle processioni e alle rappresentazioni sacre. Ma tornando alle loro miserabili capusole, non pochi si debbono sfamare con un tozzo di pane, tal- 35 volta scarso, quando le piene del Po impediscono ai mulini di macinare.
Lo Zambotti ci dipinge quell'ambiente vario e multiforme, dove si alternano opu- lenza e povertà, gusti raffinati ed elegantissimi con costumi grossolani; ma due argo- menti attraggono sopra ogni altro l'attenzione del giovane studioso e colto : la vita
1 Cf. Machiavelli, // Principe, cap. II, § 2 e IX, 5.
PREFAZIONE XXX11I
dell'università e dei professori che v'insegnano, con le accanite lotte degli studenti per la nomina dei rettori, con le solenni dispute accademiche tra Lettori per più giorni, sulla porta del duomo, dinanzi a una lolla di persone colte stivata sulla piazza; e in secondo luogo il rinnovamento del teatro, al quale egli assistette di persona 5 tinche rimase nella sua città e che fu quindi in grado di illustrare nel modo più ampio e preciso. Così la sua ricca cronaca ci illumina su tanti altri lati ancora oscuri della Ferrara quattrocentesca da darcene una visione quasi completa. Forse egli si cura meno dei costumi del popolo (a cui ha rivolto maggiormente l'attenzione l'autore del Diario ferrarese pubblicato dal Muratori), essendo tutto intento ad osser-
10 vare la Corte, la nobiltà e le persone colte e dotte.
Non gli sfugge, per altro, la vita della borghesia agiata, a cui egli stesso appar- tiene, e che, in un centro di commercio come Ferrara, comincia ad avere notevole importanza politica, scalzando le basi della potenza dei nobili, fin allora investiti dei maggiori urlici e unici consiglieri e cooperatori del principe. Come giudici dei XII Savi,
15 capi del Comune, vediamo alternarsi membri delle maggiori famiglie patrizie: Trottiy Bevilacqua, Strozzi; ma tenne quel posto anche il padre di Lodovico Ariosti, Niccolò, che se mai appartenne alla nobiltà minore, non molto differente dalla borghesia, e poco dopo di lui un mercante, Filippo Cestarelli: Ercole I questa volta passò sopra alle consuetudini, conoscendo l'abilità di lui nell'amministrazione, avendolo esperimen-
20 tato come tàttore ducale. Al contrario i cancellieri ducali, specie di primi Ministri, son tutti borghesi, meno uno, Paolo Antonio Trotti, che possedeva le qualità dei migliori borghesi: alta cultura, attività grande, continuità di lavoro. Fra gl'intimi del duca, qua^i tutti nobili, troviamo, per altro, Zaccaria Zambotti, figlio bastardo di uno spe- ziale. E a Corte sono pure introdotti gli Ebrei, così disprezzati un tempo, e il noto
25 Tusebec diventa compagno di giuoco del duca e dei suoi figli Alfonso e Ippolito. Anzi agli Ebrei il duca usa non pochi riguardi, avendo spesso bisogno d'imprestiti da loro, e accorre in persona per impedire il saccheggio d'un banco di Ebrei pre- statori, dov'erano in pegno oggetti preziosi della Corte e dei gentiluomini.
Qua e là nel diario dello Zambotti si rivelano le lotte che si combattevano dai
30 nobili contro i borghesi più doviziosi, per impedire che acquistassero importanza sem- pre maggiore, come potevano fare per i loro danari. Una delle più ricche famiglie non patrizie doveva essere quella dei banchieri Sanvitale. Enrico Sanvitale, che dette una sua figlia in moglie al conte Ugo Tolomei Dell'Assassino e ne fidanzò un'al- tra al conte Lodovico Del Sacrato, una volta fu aggredito da una persona masche-
35 rata, emissario di qualche suo nemico, e ferito così gravemente che campò a stento la vita. Il Dal Sacrato non mantenne poi la parola di sposarne la figliola e ci farono risse sanguinose fra lui e Ugo Dell'Assassino, che rimase colpito a morte. Il Del Sacrato assalì anche il Sanvitale e gl'inferse delle ferite. E non solo per questo non sofferse alcuna pena, ma furono banditi un figlio e un nipote del ban-
40 chiere, perchè non avevano voluto dare sicurtà di non molestare quel violento nemico-
T. XXIV, p. vii — C.
XXXIV PREFAZIONE
della loro famigla. Un altro dei Sanvitale, Antonio di Giacomo, muore in sèguito a ferite ricevute dai figli del nobile Scipione Della Sale.
Insieme con la nobiltà sembra cospirare contro la borghesia ricca anche il popolo. I furti, che seguono di continuo, non son fatti nei ben guardati palazzi dei nobili, dove, del resto, il denaro non abbonda, come provano i troppi pegni da molti di 5 loro depositati nei banchi degli Ebrei prestatori, ma nei magazzini e nei negozi dei mercanti e nelle casse dei banchieri. E la giustizia non pare che si dia molta cura di rintracciare i colpevoli, né la polizia di impedire le incessanti ruberie. I nego- zianti, esasperati, ricorrono al principe, che promette di provvedere, ma i furti non cessano. Tutto il resto della società sembra voglia sbarrare la via all'avanzata della IO ricca borghesia.
Fu un peccato che un cronista, così prezioso per la conoscenza della vita ferra- rese dell'ultimo Quattrocento, dovesse assentarsi dalla sua città per esercitare altrove delle magistrature, per cui gli sfuggono certo molti fatti che potevano sempre meglio illuminarla. 1 5
* *
La parte della cronaca che riesce più interessante e acquista importanza gene- rale per la penisola, è quella politica, in quanto ci aiuta a seguire il filo delle intese e delle alleanze tra gli Stati, degli antagonismi e degli odi che sorsero e si svilup- parono tra alcuni governi in un triste periodo, quando si preparava la servitù d'Italia ; e 20 soprattutto in quanto ci aiuta a seguire il filo di quelle trattative e di quei maneggi con cui Lodovico il Moro ed Ercole D'Este concorsero alla calata di Carlo Vili, prima impresa contro l'indipendenza dei nostri Stati, dei quali mise in luce la debo- lezza e la mancanza di concordia, e quindi la facilità di una conquista della penisola da parte degli stranieri '. 25
E giusto, per altro, ricononoscere che non furon essi la causa principale della nostra rovina, perchè in fondo l'impresa di Carlo Vili, riuscita dapprima felicemente, fallì per aver subito il Moro compreso l'errore commesso e stretta rapidamente una Lega contro quel Sovrano ; bensì i Veneziani, i quali, come si esprime il Machia- velli 3, u per acquistare dua terre in Lombardia, feciono Signore el Re [Luigi XII] del 30 u terzo di Italia „ . Né Venezia poteva addurre a scusa un odio inestinguibile contro il duca di Milano, come divampava tra questo e il Re di Napoli, perchè anzi poco prima era stata sua alleata contro Carlo Vili, avendo allora compreso quello che più tardi, accecata da un'ambizione sfrenata, disconobbe: l'interesse maggiore d'Italia consistere nell'unione di tutti gli Stati della penisola contro i troppo potenti Sovrani 35 stranieri.
1 Alcuni pensano che Carlo Vili, avventuroso, sempre più in quel disegno e gli servirono a vincere 5
fantastico ed esaltato, avrebbe compiuto l'impresa d'Ita- la resistenza dei suoi Consiglieri, quasi tutti ad esso
lia anche senza le istigazioni da parte d'Italiani. Ma le contrari, assicurazioni di aiuti nella penisola lo infervorarono 2 // Principe, cap. Ili, £ io.
PREFAZIONE XXXV
È pure equo riaffermare che Ercole D'Este non intraprese mai spontaneamente quelle direttive politiche riuscite poi ad esso funeste, ma vi fu trascinato da principi di un'astuzia straordinaria: alla Politica antiveneziana da Ferdinando Re di Napoli, mentre al suo sentimento cavalleresco doveva ripugnare di mostrarsi ingrato verso 5 quella Signoria, che gli aveva prontamente mandato forze per assicurargli il potere ; alla Politica francofila da Lodovico il Moro, mentre al suo cuore doveva riuscire assai penoso concorrere alla rovina della famiglia di sua moglie, donna che aveva tanti meriti verso di sé e lo aveva circondato di tanta tenerezza.
Mentre a prima vista il duca di Ferrara apparisce un astuto l politicante, disposto
10 a tutti gl'intrighi, in fondo fu, se non proprio un ingenuo, un debole, trascinato a
seguire direttive non da lui adottate, anzi a lui ripugnanti, ma nelle quali ebbe poi
il grandissimo torto d'infervorarsi tanto, da seguirle con più impegno di coloro che
l'avevano sospinto su quelle vie.
Infine, è giusto rilevare che, se mai, tutti i capi degli Stati italiani ebbero qualche 15 colpa nella rovina della Patria, anche quelli contrari ai Francesi: non dico il Re di Napoli, da loro assalito, ma Alessandro VI, che si oppose ad essi non per larghezza di vedute, bensì per i grandi vantaggi ritratti dalla dinastia aragonese col matrimonio di suoi figlioli, e non seppe poi apprestarle sufficienti aiuti ; ma Piero De' Medici, che nella sua piccola mente non si formò neanche un'idea lontana delle forze militari 20 apprestate per l'invasione da Carlo Vili e, quando conobbe la verità, vigliaccamente atterrito, corse ad invocarne il perdono e gli consegnò fortezze sì formidabili da poterne arrestare la marcia, se fornite a sufficienza di difensori 2.
La civiltà umanistica, di cui l'Italia fu senza paragone il centro maggiore, a era u nell'intimo travagliata da un profondo iato morale, da una crisi spirituale di cui 25 u sentiva urgente l'esigenza di uscire : la crisi della transizione da un'età tramontante, u ma non ancora scomparsa, ad un'età albeggiante, ma non ancora sorta „ 3.
Si aggiunga una grave crisi politica con la conseguente a insufficienza delle forze u individuali contro le forze compatte degli Stati assurti a unità nazionale, formanti " organismi animati da un nuovo spirito, dotati di una più energica disciplina e ca- 30 " pacità di espansione „ *.
Ma è soprattutto una crisi militare che rende l'Italia impotente, con i suoi soldati di mestiere e senza fede 5, contro eserciti nazionali animati da sentimenti d'onore e
1 " Astutus „ : lo dice il Bergomense, op. e loc. cit. a. 1933, voi. II e 1924, voi. II (le conclusioni II, 121).
2 Come purtroppo non erano (Guicciardini, op. 5 "L'Italia, già lungo tempo assuefatta a vedere cit., 1. I, cap. 30). Occorsero due mesi a Castruccio " guerre più presto belle di pompa e di apparati quasi 15 degli Antelminelli per espugnare Sarzana e vi costruì "simili a spettacoli, che pericolose e sanguinose,,
5 sopra Sarzanello, fortezza anche più difficile a prendere (Guicciardini, op. cit., 1. I, cap. 30). La tendenza spet-
(Machiavklli, Vita di Castruccio Castracani). tacolosa si manifesta evidentissima in combattimenti
3 Fr. Ercole, Da Carlo Vili a Carlo V, Firenze, tra due uomini d'arme su qualche piazza, come uno se- 1932, p. 28. guìto a Ferrara, narrato dallo Zambotti e messo in 20
4 Cosi N. Valeri (Gli studi viscontei-s/orzesc/ti, in satira dal Cammelli (/ sonetti del Pistoia, a cura di R. io Arch. St. It., 1935, voi. II, 1, p. 129), riassume le con- Renier, Torino, 1888, p. 159), nel quale, dopo ore di
clusioni dello studio di P. Negri, Studi sulla crisi ita- combattimento, uno degli avversari giunse appena a
liana alla fine del secolo XV, in A r eh. S t. Lombardo, scalfire il cavallo dell'altro.
XXXVI
PREFAZIONE
di Patria, anche se vi sono ancora inquadrate milizie mercenarie. La Francia vi aggiunge la novità ed il terrore di potenti e spedite artiglierie.
Il difetto, forse più che colpa, dei principi italiani fu di non aver compreso che è necessario disporre di salde forze paesane per vincere e anche semplicemente per vivere in libertà, che bisognava armare i cittadini, se si voleva salvare l'indipendenza. 5 Lo capì il Machiavelli che, pur non essendo un soldato, dalla grande passione di Patria fu innalzato alla visione della verità !. E uno dei pochi Signori italiani a comprendere la potenza dell'esercito francese fu Ercole D'Este, che se ne era fatto un adeguato concetto (anche dietro informazioni del figlio Ferrante, agli stipendi del Re Carlo VIII), tanto che con l'aiuto di quello sperava di riconquistare il rimpianto 10 Polesine di Rovigo, preparandosi a riancheggiarlo con schiere ferraresi e con potenti artiglierie quali nessun altro dei nostri Stati seppe per allora apprestare.
1 Machiavelli, Due provvisioni per istituire mi- lizie nazionali nella Repubblica fiorentina. E II Principe, cap. XII, § i : "La rovina d'Italia non è ora causata " da altra cosa, che per essere in spazio di molti anni 5 " riposatasi in su l'armi mercenarie ,,.
Un'altra ragione della debolezza militare nostra e, viceversa, della potenza militare francese è additata dal Machiavelli stesso nei Ritratti delle cose della Francia, e consisteva nel sistema di divisione dei possessi nobi- io leschi: mentre in più parti d'Italia il condominio è causa perpetua di litigi e di lotte accanite, si usa in Francia la primogenitura, entrata talmente nelle consuetudini
Giuseppe Pardi.
che i cadetti vi si adattano con pazienza, " e aiutati "dal primogenito e fratello loro si danno tutti all'arnie "e si ingegnano in quel mestiere di pervenire a grado 15 " ed a condizione di potersi comperare uno Stato e con '' questa speranza si nutriscono. E da qui nasce che le "genti d'arme francese sono oggi le migliori che siano .,. Le argomentazioni di Piero Pieri {La crisi militare ita- liana nel Rinascimento nelle sue relazioni con la crisi 20 politica ed economica, Napoli, 1934) per far risalire la debolezza dei nostri eserciti alle condizioni politiche e sociali, non ci sembrano in tutto convincenti.
BERNARDINO ZAMBOTTI
DIARIO FERRARESE
Rerum Italicarum Scriptores, tomo XXIV, parte Vii, foglio 1.
[A. 1476]
Luni ', a dì primo de Zenaro 1476. Lo eximio doctore de Leze messer Antonio Gazolo, nobile regiano *, intrò podestà in questa nostra citade de Ferrara, acompagnato da molti cavaleri e nobili de la citade, a son de campana segondo l'uxanza, maxime dal magnifico messer Cristophoro Rangone s e messer Antonio Roverella 4, consiliarii del duca nostro Hercule estense, e da messer Zoanne de Romeo 5, Alberto Da l'Assassino 6 et altri. Et facta fu la oratione in palazo, a bancho de epso podestà, per messer Ludovico Carbone poeta laureato 7. E messo in possessione dal magnifico cavalero messer Jacomo di Trotti, zudexe de li XII Savii 8. El quale messer Antonio successe al magnifico doctore e cavalero messer
1 La lingua in cui è scritta questa cronaca è il dialetto ferrarese del Quattrocento, del quale si parla nella nota I a p. 3 del Diario Ferrarese di autori incerti, nuova ed. a cura di G. Pardi, che si citerà 5 sempre con la dicitura: Diar. Ferr. Si deve per altro osservare che in quella cronaca la forma dialettale si vede modificata per due tendenze. L'una è stata già notata e consiste nell'influsso che esercitava a Ferrara, sul parlare delle persone un po' colte, la lingua usata
io dalla cancelleria della Corte estense: un tipo di volgare ibrido, nel quale confluivano più elementi, al quale cooperavano più dialetti (G. Bertoni, La biblioteca estense e la coltura ferrarese al tempo di Ercole I, To- rino, 1903, p. 123). L'altra tendenza è determinata dal
15 dialetto del paese d'origine dell'autore, che fu proba- bilmente Fiesso (Diar. Ferr., prefazione, pp. xv-xvm), una terra di quel Polesine di Rovigo, che, posto tra il dominio veneto e il Ferrarese, risentiva del parlare di ambedue i territori. Bernardino Zambotti, autore
20 del presente diario, parla invece ferrarese schietto, per- chè, nato e vissuto a Ferrara e avendo, se mai, tra- scorso qualche tempo nei possessi del padre situati nelle vicinanze di questa città, era per di più assai giovane quando scrisse la cronaca e quindi più spontaneo nel
25 linguaggio, sul quale non poteva esercitarsi nemmeno l'influsso della lingua usata dalla cancelleria estense. Quindi, mentre nel Diar. Ferr. già edito si riscontrano spesso parole e atteggiamenti veneti del parlare, nella presente cronaca non si sentirà risuonare che il dia-
30 letto ferrarese genuino.
In esso i giorni della settimana, che ricorrono di
continuo, sono così denominati: luni ' = lunedì, marti = martedì, mercuri^ mercoledì, zobia sa giovedì, vegne- ri = venerdì, sabbado = sabato, domenega = domenica.
2 Di Reggio Emilia. Probabilmente è la stessa 35 persona che " Petrus Antonius de Cassolis de Regio, "quondam Johannis „, laureato a Ferrara in Diritto civile il 17 maggio 1458 (G. Pardi, Titoli dottorali con- feriti dallo Studio di Ferrara nei secoli XV e XVI, Lucca, 1900, pp. 32-33). 40
3 Rangoni, nobile famiglia modenese tra le più ragguardevoli.
■* Roverella, cospicua famiglia ferrarese, oriunda di Rovigo, a cui appartennero il cardinale Bartolomeo, Zilasio arcivescovo di Ravenna e Lorenzo vescovo di 45 Ferrara, tutti del secolo XV.
5 Giovanni Romei, consigliere ducale, di cospicua famiglia ferrarese.
6 Dell'Assassino, famiglia oriunda probabilmente
di Siena e venuta in onore a Ferrara a causa di Stella, 50 favorita del marchese Niccolò III D'Este. Alberto ebbe in dono una tenuta dal duca Borso. Diar. Ferr., 43, 18.
7 Lodovico Carbone, poeta e Lettore nello Stu- dio di Ferrara, oratore di grido. Cf. A. Salza, Le facezie di Lodovico Carbone, Livorno, 1901; Diar. Ferr., 55 59, 14; 72, /; 121, nota io. (Palazo = palazzo della Ragione, dove i podestà esercitavano la giustizia).
8 Trotti, nobile famiglia ferrarese. Giacomo di Galeazzo (iunior), nipote di Giacomo senior, consigliere
e ambasciatore del duca Ercole I, fu anch'egli, come 60 già lo zio, giudice dei XII Savi, ossia capo dell'am- ministrazione comunale di Ferrara.
BERNARDINO ZAMBOTTI
[A. 1476]
Zoanne Schamado siculo !, el quale hozi he sta' electo per podestà de la Massa de' Lombardi 2.
A dì 5 el vegneri, la vigilia de la Epiphania. Lo illustrissimo duca nostro venne hozi da la caza de verso il Racano 3 con li soi cortexani; e portòno dexedocto porci cengiari 4, li quali prèxeno. E tuto questo dì nevò assiduamente. E la sira andò cercando la ventura con la Corte soa a cavalo, per la terra, con le trombe, per Ferrara, da li citadini \ 5
A dì 6, el dì de la Epiphania, che fu de sabbato. Se comenzò hozi andare in maschara, de licentia del duca, per tuta questa citade 6, con grandissime feste e alegreze e soni ecc.
A dì 8 de Zenaro, che fu il luni. Ser Malatesta di Ariosti, nodaro e citadino ferra- rexe, hozi fu sepelito in la chiesia de Sancto Francesco con grande honore 7.
Domenega, a dì 21. El sanctissimo Papa nostro, Papa Sixto IIII, mandò el reverendo 10 messer Luca di Paxi da Faventia 8 per suo ambasatore a la Excellentia del duca nostro messer Hercule duca II 9, el quale, cantata che fu la Messa grande a lo altaro mazore de la chiesia cathedrale, presentò al dicto duca uno capello de seda adornato de molte perle con una colombina in cima de perle, e una spada con la vagina dorada, in segno de carità et benevolentia, et fece una oratione denanti a la Excellentia del prefato segnore; el quale 15 dono fece in nome de la Santitade del Papa per accrescere e magnificare la fama de soa signoria excellentissima 10.
A dì dicto et hora e loco. Lo nobile et prestantissimo scolaro de Leze messer Philippo de Borgogna " fu creato cavalero per la Excellentia del duca nostro, al quale gè cinse la spada el magnifico messer Nicolò di Contrarli, compagno de sua Excellentia 12, et similiter 20 gè messe li sproni segondo uxanza'.
A dì 27 de Zenaro, de sabbado. Messer Simon Torexella, doctore de Leze da Rezo 13, fu preso e messo in Castello Vechio, accusato de falsitade de molti instrumenti lui ha facto
1 Testimone a una laurea del jo maggio 1474 fu "Johannes Schamacha de Sardinea, potestas Ferrariae, " utriusque iuris doctor „ (Pardi, Titoli dottorali, pp. 58-59). Dunque sardo, non siciliano. 5 2 Massa Lombarda (prov. di Ravenna).
3 Raccano, villaggio dello Stato ferrarese in quel di Rovigo (Polesella) e sito abbondante di caccia. È nota la grande passione per la caccia del duca Ercole I D'Este. io 4 Cinghiali.
5 Costumanza introdotta da Ercole I: di andare per la capitale a prendere doni dai cittadini. Cf. Diar. Ferr., prefazione, vii, 13-25.
6 L'andare in maschera agevolava il compimento 15 di opere delittuose. Perciò occorreva un'ordinanza del
duca che, tenendo presenti le condizioni della città, fissasse il giorno in cui si poteva cominciare a portar la maschera.
7 Malatesta Ariosti appartenne al ramo di Gia- 20 comò detto Barba e fu figlio di Princivalle, anebe lui
notare. Ottenne il notariato nel 1440 e per parecchi anni esercitò l'ufficio di notaro dei XII Savi del Co- mune di Ferrara. Cf. Michele Catalano, Vita di Lo- dovico Ariosto, Ginevra, 1930, pp. 370-71 e albero ge-
25 nealogico degli Ariosti, ivi, n. 26. Malatesta compose anche dei versi. Cf. Attilio Levi, Le poesie italiane di Malatesta Ariosto, Firenze, 1904. L'inumazione in San Francesco, chiesa dove si seppellivano principi di Casa D'Este, personaggi ragguardevoli e i principali
30 giuristi, è segno della stima che godeva.
8 II canonico Luca Pasi di Faenza si era laureato in Diritto canonico a Ferrara il 29 agosto 1471 (Par- di, Titoli dottorali, pp. 56-57). Il 31 ottobre 1476 era
testimone ad una laurea " Lucas de Pasiis de Faventia "Decretorum doctor, protonotarius apostolicus, secreta- 35 " rius episcopi ferrariensis „ (ivi, pp. 66-67).
9 Primo del nome, ma secondo nella serie dei duchi, iniziata dal predecessore di Ercole, Borso.
10 Sebbene il duca di Ferrara fosse entrato fino dal 13 febbraio 1473 nella Lega conclusa tra Milano, 40 Venezia e Firenze (Du Mont, Corps Diplomatique, I, 497-98, n. 350), la quale si contrapponeva a quella tra
il Re di Napoli e il Papa, non aveva perduto il favore di questi due principi per la sua parentela col primo, di cui era genero. Perciò anche Sisto IV lo conside- 45 rava come amico e gli volle fare un dono che testi- moniasse la sua benevolenza per lui.
11 Son note le amichevoli relazioni tra le Corti di Borgogna e di Ferrara. Il marchese Leonello aveva mandato presso di quella, a compiervi la sua educa- 50 zione militare, il figlio Francesco, che poi vi si stabilì definitivamente dopo la successione al trono di Ercole I, mentre egli sperava che l'avrebbe avuta suo fratello Niccolò. Cf. Diar. Ferr., 74, 15. Un altro studente
di Borgogna, "Gulielmus de Clugeriaco „, si laureò in 55 Ferrara il 25 settembre 1470 (Pardi, Titoli dottorali,
PP- 58"S9)-
12 I Contrari erano una delle più antiche e nobili famiglie di Ferrara. Niccolò godeva tanto il favore del duca Ercole I che questi lo mandò a Napoli a pren- 60 dere la sua sposa, Eleonora D'Aragona (Diar. Ferr., 88, 13).
13 Simone Torricella di Reggio Emilia. Un suo figliolo, yohannes Andreas Turricella, si laureò a Ferrara
in Diritto civile il 12 maggio 1474 (Pardi, Titoli 65 dottorali, pp. 58-59).
[A. 1476]
DIARIO FERRARESE
fare; e fu facto crida, per parte del duca nostro, che ciaschaduno che sapia dove siano soe robbe o le havesse, le dibia notificare a soa Excellentia o a li iudici delegati sopra ciò'. A dì 2 de Febraro. Lo illustrissimo duca nostro fece portare, el dì de Madona Sancta Maria da le candele ', la imagine de la Nostra Donna, la quale hera al muro de verso le 5 cuxine, in la capella soa nova, la quale construsse a soa laude e honore; e a quella hora fu date le candele bianche a soa signoria e a tuti li cortexani e altri se gè ritrovò ; e poi cantata la Messa con li cantori e organo solennemente 2.
A dì 9 de vegneri. La illustrissima e excellentissima madama duchessa nostra, madona Leonora, fiola del Re Ferando, Re de Napoli, e molgie del duca nostro messer Hercule,
10 se partì da Ferrara con cinquecento zentilhomini e cento zintildonne, acompagnada dal duca nostro insino al Ponte de Lagoscuro 3, dove intrò ipsa madama con la soa compagnia in bucinthoro e altre nave, in lo quale andòno a Vinexia 4. Quilli che andòno fonno tra li altri li infrascripti più digni : lo illustre messer Sigismondo e messer Rainaldo Da Este, fratelli del duca 5, el conte Antonio da la Mirandola 6, messer Nicolò Da Corezo 7, messer
15 Jacobo Trotto zudexe nostro di XII Savii 8, messer Andrea Gualengo consiliario 9, maestro Hieronymo Da Castello medego 10, messer Zoanne Sadoletto doctore de Leze !I, madona Blancha molgie del signore Galeotto da la Mirandola 12, la molgie di messer Raynaldo da Este n, madona Manetta molgie del magnifico messer Theophilo Calchagnino u, la molgie del magnifico messer Nicolò di Contrarii lfi madona Beatrice, la molgie de messer Ruberto
20 di Stroza 16 madona Leonora, et altre donne nobilissime e donzelle ornatissime e belle.
A dì 10, de sabbado. El magnifico podestà de Ferrara, messer Antonio da Gazolo da Rezo, fece talgiare la testa a Benvenuto, fìolo di Pasquale Dolceto de la vila de Cona 17, per essere bannito per havere amazato del 1472 ser Gradano de Ziliolo 18, citadino de Ferrara, per tre percussione con uno paleto suxo la testa e una con uno falzone.
25 A dì 20, de marti. Nevò tuto questo dì e tuta la nocte sequente con grandissimo vento,
e in tanto crescia la neve che a pena se po' andare per le strade.
A dì 23, el vegneri. La illustrissima madama nostra, madona Eleonora, tornò da Vinexia cum tuta la soa compagnia, avenga habiano avuto in mare gran fortuna 19 per il mal tempo he stato, in tanto che la mazore parte se sonno moridi de paura. A la quale madama
1 Madonna della Candelora.
2 Per costruire il cortile del palazzo ducale di Piazza, furono abbattute alcune stanze che si trovavano verso le cucine (Diar. Ferr., 87, 29-34). Una immagine
5 della Madonna che là era affrescata e si teneva in grande venerazione, ne fu rimossa e venne costruita una cappella apposita, dove la sacra immagine fu tra- sportata solennemente.
3 Pontelagoscuro sul ramo principale del Po, pro- io prio a Nord di Ferrara.
4 La duchessa si recò a Venezia a godervi le feste del carnevale, andandovi per nave lungo il Po e poi per mare.
5 Sigismondo D'Este, nato dalla stessa madre di 15 Ercole I, Rizzarda di Saluzzo, e Rinaldo D'Este, nato
a Niccolò III dagli amori con Anna Roberti (cf. An- tonio Frizzi, Memorie per la Storia di Ferrara, voi. Ili, albero genealogico estense, n. 93).
6 Antonio Maria Pico, condomino della Miran- 20 dola col fratello Galeotto (cf. Diar. Ferr., 52, 4).
7 Niccolò Postumo da Correggio, poeta, squisito cavaliere e guerriero, nato dal conte Niccolò, Signore di Correggio, e da Beatrice di Niccolò III D'Este (cf. Diar. Ferr., 31, nota n).
25 8 Si vegga sopra, p. 3, nota 8.
9 Andrea Gualengo, nobile ferrarese, consigliere segreto ducale e marito di una Estense.
10 Girolamo Da Castello di Bologna, famoso me- dico, oratore e Lettore nello Studio di Ferrara (G. Pakoi, Lo Studio di Ferrara nei secoli XV e XVI, Fer- 30 rara, 1903, p. 135).
11 Giovanni Sadoleto, famoso giureconsulto di Modena, Lettore nello Studio di Ferrara (Pardi, Lo Studio di Ferr., p. 104).
12 Bianca di Niccolò III D'Este, maritata a Ga- 35 leotto Pico.
13 Lucrezia di Guglielmo IV, marchese di Mon- ferrato.
li Marictta Strozzi, moglie di Teofilo Calcagnini, il quale era d'una nobile famiglia di Rovigo, creato 40 conte dall'Imperatore Federico III e uno dei principali gentiluomini della Corte estense.
15 V. nota 12 a p. 4.
16 Roberto Strozzi del ramo ferrarese di questa nobile famiglia fiorentina, figlio di Nanni (v. Diar. 45 Ferr., 17, 6) e fratello del poeta Tito, di cui si avrà più volte occasione di parlare.
17 Villaggio del Ferrarese.
18 Graziano Giglioli, di nobile famiglia ferrarese.
19 Fortunale, burrasca. 50
BERNARDINO ZAMBOTTI
[A. 1476]
gè andò incontra il duca nostro. E inanti che epsa madama andasse a le stantie sue, vixitò la chiesia de la capella de la Verzene Maria in Corte' l.
A dì primo de Marzo, de vegneri. Madona Catharina, sorella de mio padre ser Iacobo Zambotto * et molgiere che fu de ser Jacobo Cavedon podestà de Francolino 3, morite e fu sepelita a la chiesia de Francolino, presente mio padre e soi fìoli. 5
Nota che de questo mexe fu concessa la indulgentia plenaria de pena e de colpa a ciaschadun visitarà le infrascripte chiesie, quindexe dì, contriti et confessi, pagando la sexta parte de la spexa che fariano ad andare a Roma : la quale indulgentia dura per tuta questa quarexima. Le chiesie sonno : San Nicolò, Sancta Maria del Vado, Sancto Andrea, Sancta Maria da li Angeli e la chiesia cathedrale 4. E questo fa Papa Sixto fro reparacione de 10 le chiesie de Roma 5.
De questo mexe fonno grande e assidue piove, per le quale sonno molti campi inun- dati e se perseno molte biave'.
A dì primo de Aprile, il luni. Fu facta la crida da parte de la Excellentia del duca nostro che tute le donne de questa citade sia che se volgia debiano andare con il volto 15 discoperto, e chi contrafarà, cadi a la pena de lire vintecinque de marchexini, e che cia- schaduno officiale de soa Signoria, ritrovandole coperte, le possino discoprire. E questo se fa per non dare materia a molti cativi de commettere molti delieti come he sta facto 6.
A dì 7, la domenega. El nobile homo Bartholamio Dai Carri vesconte de Arezenta 7, citadino ferrarese, he morto e He fu sepelito. 20
A dì 28, la domenega. Francesco Corezaro 8 menò molgiere e fece noze triumphale, dove gè intervèneno molte zintildonne.
A dì 23, il marti, la vigilia de San Zorzo. Fu facta una solenne offerta a la giesia cathedrale segondo il consueto con li palii de le Arte, e li artexani con li soi dupieri ' e tute le castelle con li soi cirii, piovando molto forte, e per questo non se scrisse 10 e 25 non fu facta la mostra di barbari come he uxanza dapo' vespero u.
A dì 24, il mercuri, ne la festa de San Zorzo nostro patrono. Lo illustrissimo duca nostro messer Hercule venne suxo la Via Grande n a cavallo con tuta la Corte, et have cinto uno stocho con la guaina tuta dorada, et havea al colo uno gorzarino 13 recamado de
1 Si recò a render grazie alla Madonna per lo scampato pericolo, nella cappella del cortile del pa- lazzo ducale di Piazza. Si sa quanto fosse religiosa Eleonora D'Aragona. 5 * "Jacobus Zambotus collegi i Artistarum nota-
"rius„ (Pardi, Titoli dottorali, pp. 62-63). L'ufficio tenuto dal padre del cronista concorre a spiegare l'in- teressamento del figlio per tutto ciò che concerne lo Studio, io 3 Villaggio del Ferrarese sul Po, ramo principale.
4 Chiese principali allora di Ferrara: il duomo (consacrato nel 1135) e San Niccolò (oggi una stalla, ma dove si conserva ancora la facciata della chiesa) al centro della città, Santa Maria degli Angioli (costruita
15 da Borso D'Este e ingrandita da Ercole I) a Setten- trione, Santa Maria in Vado (eretta prima del Mille) a Mezzogiorno, Sant'Andrea (anteriore al 1117, oggi ri- dotta a caserma) ad Oriente.
5 II Papa concedeva queste indulgenze, per ser- 20 virsi delle somme che ne avrebbe ricavate, a restaurare
le chiese di Roma.
6 Questa proibizione alle donne di andare col viso coperto per rendere più difficili le azioni disoneste, deve essere stata ispirata dalla duchessa Eleonora, donna di
25 profondo sentimento morale,
30
3 5
I Argenta, cittadina del Ferrarese, lungamente contesa tra l'arcivescovo di Ravenna e gli Estensi. Dai Carri, cospicua famiglia di Ferrara, a cui appartenne Lodovico, medico e poeta (Catalano, op. cit., I, io).
8 Francesco Correggiari, ricco mercante di tes- suti. Cf. Diar. Ferr., 263, 28.
9 La vigilia di San Giorgio, patrono della città di Ferrara, le Arti urbane facevano una solenne offerta di pezze di tessuti, da servire per premi alle corse del giorno dopo, e di ceri all'altare del Santo nella cat- tedrale (Frizzi, op. cit., V, 220), e ciò per disposizione di un antico Statuto (Muratori, Antiquitates italicae Medii Aevi, diss. 58).
10 Non si iscrissero i nomi dei cavalli, degli asini degli uomini e delle donne che dovevano partecipare 40 alle corse il giorno dopo.
II La mostra dei cavalli che dovevano correre. 12 Via Grande, la lunga strada a Mezzogiorno della
città, dove si facevano le corse. Era quasi parallela alle mura presso il Po di Ferrara, e si estendeva da 45 Castel Tedaldo all'altra estremità della città, a Porta di Sotto. Corrisponde oggi in parte a Via Ripagrande e in parte a Via Carlo Mayr (P. NiccolinIj Ferrara, Ferrara, 1934, p. 146).
w Gorgeretta, collarino. 5°
LA. 1476] DIARIO FERRARESE
grossissime perle e zolgie a foza de homo armato ' e in testa havea uno capelleto de seda
con una penna de perle e uno grandissimo zolgiello de grandissimo precio. E cusì fu corso
il palio de broca' d'oro frudato de varota per li barbari2: il quale palio have lo illustrissimo
messer Sigismondo Da Este, fratello legittimo e naturale del duca nostro, per essere stato il 5 barbaro suo primo al palio. Dapo' vespero, el dì medesimo, se corse più palli de panno:
uno biancho per li aseni, uno rosso per li Uomini, uno verde per le donne 3, e a la ultima
donna corse gè fu donato uno guarnello de pignolado con le manege de panno novo \ A dì 26, il vegneri, a hore 24. Messer Moschino, cavalero e curiale del duca nostro,
tolse madona Agnola, fiola che fu di messer Diamante di Branchaleoni, soa spoxa, in 10 gropa de le soa mula e se la menò a caxa al despecto de la matre e frateli; e fu facto
di consentimento de la Excellentia del duca nostro, el quale vole che li fratelli gè diano
la soa dote ' 5.
A dì primo de Mazo. Lo excellentissimo duca nostro, dapo' Messa, andò a cavalo
armato e ornato comò l'hera el dì de San Zorzo a tuore li mai 6 e verdure con tuta la 15 Corte: fra li quali gè hera lo illustrissimo messer Sigismondo e messer Raynaldo Da Este,
el quale hera armato tuto excepto la testa, e cusì fra loro concorseno con diete frasche
per alegreza e piacere per tuta la Piaza 7.
A dì 5 de Mazo, de domenega, a hore 22. Lo vescho de Rezo messer . . . 8, morto questa
nocte passata, hozi he sta sepelito con gran pompa in la chiesia cathedrale, in la quale 20 chiesia el doctissimo doctore e poeta laureato messer Ludovico Carbone gè fece una bella
e doctissima oratione a laude de soa reverenda signoria 9.
Lo reverendissimo cardinale messer Bartholomio Roverella l0, per littere che se hano
hozi, morite a dì 2 del presente ll ad hore 14, el quale era sub titillo Sancti Clemcntis a
Roma, dapo' lui lassando Don Nicolò frate [in] San Zorzo ", messer Ziliaxio arcivescho de 25 Ravenna l3, messer Florio cavalero de Sancto Zoanne 14, messer Antonio ducale consiliario l5,
el conte Hieronymo e el conte Zoanne, fiolo fu de messer Antonio.
1 Gioielli che raffiguravano un guerriero. gio avanti all'uscio delle loro innamorate, appiccan- 30
* Il premio della corsa dei cavalli era un tessuto dovi ciambelle, arance, confetti e altre cose dolci; e
di broccato d'oro foderato di vaio. si chiamava così anche un ramo d'albero che la mat-
3 II premio della corsa degli asini fu un tessuto tina del primo di maggio si portava alle case, per porlo 5 di panno bianco, per quella degli uomini uno di panno dinanzi all'uscio o alle finestre.
rosso e per quella delle donne di panno verde. 7 II duca Ercole I, amante di tutte le rappresen- 35
4 Premio di consolazione per la donna riuscita tazioni e di tutte le feste, come introdusse a Ferrara ultima nelle corse fu una veste di un tessuto di lino l'usanza di andar cercando la ventura la vigilia del- un po' grossolano, una specie di fustagno, con mani- l'Epifania, così deve avervi introdotto l'usanza del maio,
io che di panno. dandovi anzi, col partecipare egli, i suoi fratelli e i
"' Matrimonio contrastato dalla madre e dai fra- suoi cortigiani a questa festività, un carattere quasi 40
telli, di qui parrebbe per non sborsare la dote, ma forse ufficiale. Il Diar. Ferr. non fa alcun ricordo di que-
per ragioni morali. Messer Moschino, così sopranno- sta usanza. La piazza di cui parla il cronista, è la
minato per il suo carattere bisbetico e iracondo, era piazza per eccellenza, quella del Comune.
15 Antonio Magnanino, capo di una brigata di capisca- 8 Lacuna nel ms. Il vescovo era ferrarese e si
richi, gavazzatori, crapuloni e buffoni che cercavano chiamava Antonio Trombetta (Ughelli, Italia Sacra, 45
con i loro lazzi di tener allegro il duca. In lui si vescovi di Reggio Emilia), ravvisa il comico ubriacone dell'" Orlando Furioso,, 9 Cf. nota 7 a p. 3.
scaraventato da Rodomonte giù dai merli di Parigi, l0 Cf. nota 4 a p. 3.
20 nonché il Moschino ricordato nella satira dell'Ariosto " Anche secondo la iscrizione sepolcrale morì il
a Galasso e nella redazione in versi della " Cassaria „ 2 di maggio (Frizzi, op. cit., IV, 39). So
come uno del più solenni ubriaconi di Ferrara (Cata- 12 Don Niccolò, fratello del cardinale, frate nel
lano, op. cit., I, 110). Non fa onore al duca Ercole di monastero di San Giorgio in Ferrara, essersi prestato a questo sopruso a danno di una sti- I3 Cf. nota 4 a p. 3. E strano che non sia qui
25 mabile famiglia. ricordato Lorenzo, altro fratello del cardinale, cubicula-
6 Maio, ramo o arboscello fiorito. Dante nel canto rio di Papa Pio II, poi vescovo di Ferrara. 55
XXVIII, v. 32 del Purgatorio parla dei " freschi mai „. u Cavaliere gerosolimitano.
Nelle usanze toscane il maio era un ramo d'albero che IS Antonio Roverella fu intimo del duca Ercole I,
i contadini piantavano la notte delle calende di mag- che lo mandò anche come ambasciatore a Roma.
BERNARDINO ZAMBOTTI
[A. 1476]
A dì 17 la zobia. Messer Gasparo strazarolo l fu amazato sopra il sacrato de San Pietro 2 da uno famio de uno suo zenero, da rescuxi 3, parlando seco ; et gè talgiò quasi tuto il capo de verso il colo . . . 4, e quello traditore fuzì in la chiesia de San Francesco.
A dì 18, el vegneri. Lo illustrissimo duca nostro, sentando che el malfactore e homi- cidiale sopradicto hera in la chiesia de San Francesco, mandò el magnifico podestà nostro 5 5 e messer Agustino di Bonfrancisci doctore e consiliario suo secreto 6 cum tuta la familgia del podestà, e Gasparo de Herberia, capitano de la Piaza 7, cum tuti li soi fanti, a cerchare tuta la chiesia. El quale traditore fuzendo per suxo il soffitado de la chiesia, spesso rompeva le asse del soffìto, ma se teneva suxo e poi fugiva. Et uno balestriero, il quale il segui- tava similiter roppe una asse e venne zoxo in terra, chiamato l'homo d'arme, e facta la IO confessione morì lie. In questo mezo il traditore corrando suxo il soffìto de verso il campanile, se butò zoxo in uno sacrato picolo, dove vedendo herba 8 asay segata, se acollegò in una buxa 9 et se coperse tuto de herba. In lo quale logo sentendo la brigata 10 ch'el se gè era butado e vedendo l'herba mossa de fresche, cercòno e lo ritrovòno, il quale perhò ferite uno nominato il Padoano, primo a trovarlo, e fu menato in prexone ad hore 17'. 15
A dì 19, il sabbato. Antonio da Ravenna, assassino e homicidiale suprascripto, de volontade e commissione del duca nostro e del magnifico podestà de Ferrara, fu menato per questa citade e, conducto suxo la via aprovo la chiesia de San Petro, gè fu talgiato la man destra, e poi menato ligato suxo una axe strassinato per la terra insino in Piaza, dove fu apicato al palazo de la Razon " del Comun de Ferrara. Dapoi gè fu talgiato il lazo e 20 cadette sopra li cuppi 12 del teraxo i3, et anche parlava ; et butado di cuppi in terra, inconti- nenti gè fu talgiato il colo. Dapoi fu facto in quatro parte u per exemplo d'altri.
A dì 20 la domenega. Messer Jacobo Grotto scholaro canonista de Adria, electo per rectore nostro de' Juristi l5, fu presentato a lo illustrissimo duca da la universitate di scholari 18 e fece la oratione messer Ludovico Pauluzo da Forlì 17; e fu acceptato et confirmato dal 25 prefato duca nostro l8.
A dì 21, el marti. El prefato rectore nostro messer Jacobo Grotto fece la collatione de confecti e vini dolci a la universitade de li scholari e doctori segondo il consueto l9, in
1 Mercante di tessuti.
2 Chiesa ora scomparsa, la più importante tra quelle costruite sulla riva sinistra del Po di Ferrara, che dava il nome anche ad una Porta, ad una torre e
5 ad una lunga strada che terminava presso la Porta stessa, a Settentrione della città.
3 Di nascosto, subdolamente.
4 Lacuna nel ms.
5 Cf. nota 2 a p. 3.
io 6 Agostino Bonfranceschi da Rimini, lettore di
Diritto nello Studio della città, creato cavaliere e conte dall'Imperatore Federico III {Diar. Ferr., 55, 23).
7 Capitano dei fanti che stavano sulla piazza del Comune per il mantenimento dell'ordine.
15 8 Parola ripetuta due volte nel ms.
9 Si coricò, si mise sdraiato in una buca.
10 La gente che lo inseguiva.
" Palazzo della Ragione, palazzo di giustizia, sulla piazza principale, di fronte al lato meridionale 20 della cattedrale, dove si facevano le esecuzioni capitali alle finestre della facciata.
12 Tegole.
13 Con terrazza, e anche terrazzo, si indica comu- nemente una parte alta di una casa scoperta o aperta
25 da uno o più lati, con questo che la terrazza suol es- sere più grande che il terrazzo. Ma qui parrebbe si
trattasse piuttosto di una loggia sporgente dal palazzo della Ragione e coperta di tegole.
14 In quattro pezzi da esporsi in vari punti della città. 30
15 "Jacobus de Grottis de Adria Juristarum Rector,, intervenne come testimone a più di una laurea in Di- ritto (Pardi, Titoli dottorali, pp. 66-67). Si addottorò egli stesso in Diritto canonico e civile il 1 giugno 1478 (ivi, pp. 68-69). 35
16 Questa solenne presentazione al principe indica quanta importanza si attribuiva all'ufficio di rettore delle università.
17 Lodovico Paolucci di Forlì, canonista valente, insegnò nello Studio di Ferrara dal 1471 probabilmente 40 fino al 1483, anno in cui fu eletto podestà della città (Pardi, Lo Studio di Ferr., p. 106).
18 I rettori delle università, dopo l'elezione da parte degli studenti, dovevano in certo modo ottenere
la conferma del duca. 45
19 Gli studenti venivano premiati del loro zelo nel sostenere questo o quel candidato all'ufficio di rettore con una colazione (spesso se ne facevano due) che il nuovo eletto offriva a tutti gli scolari della sua uni- versità o facoltà. Per il dispendio che questa impor- 50 tava, molti dovevano rifiutare l'ufficio onorevole, quan- do erano poveri (cf. Pardi, Lo Studio di Ferr., p. 218).
[A. 1476] DIARIO FERRARESE
caxa de messer Alberto Trocto ' doctore lezente nostro ferrarexe; a se feceno vachacione per octo zorni '.
A dì 22, de mercuri, la vizilia de la Ascensione. Lo illustrissimo duca nostro se partì da mezodì con la Corte soa per andare a Modena e a Rezo a vedere tutte le castelle soe, dove se dice che starà molti zorni 3.
A dì 23, la zobia. A laude de Dio fu publicate le sponsalicie fra Zoanne, fìolo de Antonio Dal Saraxino 4, e madona Maddalena, fiola fu di Jacobo Cavedon podestà de Fran- colino 5, mia cuxina, denanti a lo illustrissimo messer Sigismondo Da Este e messer Fran- cesco da Bressa ambasatore de Re de Ongaria: e dapoi in caxa de Zoanne Zambotto 6, fu dicto il contratto per Simon Codechà nodaro 7, e spoxada presente Galengo e Brandelixe di Trotti 8 e Afrandosio Cavedon e li altri soi parenti.
A dì 25 el sabbato, in la festa de San Salvatore. El magnifico podestà de Ferrara fece talgiare la mano sinistra a Giberto Parenti e messer Simon Torexello da Rezo 9, il quale havea facto molti instrumenti falsi ad instantia del dicto messer Simon, lecta la conden- natione e banniti.
A dì dicto e hora. A son de campana fu menato uno altro ladro veneciano, che havea robato aprovo la hosteria da la Campana ,0 roba per ducati 200 e anche altrove, e hera sta' bollato altre fiate a Venecia per ladro ; e cusì suxo la caretta, lecta la condennaxone a la rengera ", fu menato a le forche de Sancto Jacobo 12, dove fu impicato. Il quale con molte buone parole demostrò sempre volere morire volentieri'.
A dì 30 de Mazo, la zobia. La illustrissima madama duchessa nostra se partì in bucinthoro da Ferrara per andare a Modena, — cum la quale andette lo illustrissimo messer Raynaldo Da Este — con le soe donzelle per stare qualche zorno con il duca suo marito, dove fa penserò starge insino l'haverà parturito 13.
A dì ultimo, lo vegneri. Lo illustrissimo Sigismondo Da Este, fratello legitimo e natu- rale del duca Hercule, habiando obtenuto, el dì de San Zorzo, per uno suo cavalo bar- baro, el palio de brocha' d'oro frudato de varota, il mandò a donare a lo excellentissimo doctore messer Zoanne Maria Riminaldo, citadino ferrarexe, per lo amore gè portava e per la soa singulare doctrina e soffìcientia e bontade, per il quale tuta la patria nostra he illustrata de tanto iurisperito u.
A dì dicto. Zebelino da Rezo, cortexano ducale, siando venuto una nocte a le mane con maestro Ruberto di Girardini da Lendenara per una femena [e se] sono feriti ambi-
1 Alberto della nobile famiglia Trotti, pregevole padre del cronista e zio della sposa.
canonista, insegnò nello Studio dal 1451 al '67 (v. 7 Simone Codecà, notaro abitante nella contrada
Pardi, Lo Studio di Ferr., p. 97). di Santa Maria di Bucco (Catalano, op. cit., II, 269). 25
2 Otto giorni di vacanza agli scolari di Diritto per 8 Gualengo e Brandiligi Trotti, il secondo nian- festeggiare l'elezione del rettore dei Giuristi ! In quelle dato in esilio nel 1485.
occasioni " era impossibile impedire agli studenti di 9 V. sopra, p. 4, nota 13.
" far risse, debiti, baldorie carnevalesche, tumulti e tri- 10 L'osteria della Campana era forse la più fac- ondi clamorosi „ (Pardi, Lo Studio di Ferr., p. 211). quentata di Ferrara. Cf. Diar. Ferr., 212, 35-39. 30
3 II duca andò a diporto nei castelli del Mode- " Alla ringhiera del palazzo della Ragione, nese e del Reggiano, anche per condurre in quei luoghi 12 Un luogo fuori delle mura, a Mezzogiorno della più freschi la duchessa Eleonora, incinta e prossima a città, dove si facevano le esecuzioni capitali dei delin- sgravarsi, mentre a Ferrara già si annunciava il caldo quenti comuni.
estivo. 13 La duchessa, incinta, andò a raggiungere il ma- 35
* La famiglia Del Saraceno fu notabile fra la bor- rito a Modena, per recarsi con lui, come si è accennato,
ghesia di Ferrara e vi appartenne un valentissimo giù- a respirare aria più fresca e salubre nei castelli del
rista, Gerardo, inviato più tardi dal duca Ercole I a Modenese e del Reggiano.
Roma per stipulare il contratto di nozze tra suo figlio u Sigismondo D'Este col fare dono del tessuto di
Alfonso e Lucrezia Borgia (Diar. Ferr., 273, 12-U). panno d'oro foderato di vaio — ottenuto come premio 40
5 Si capisce che anche i Cavedoni di Francolino alle corse per un suo cavallo il giorno di San Gior- dovevano essere una famiglia cospicua, imparentata coi gio — all'illustre giureconsulto ferrarese Giovan Ma- nobili Trotti. ria Rimirialdi, uno dei luminari della scienza giuridica,
6 Giovanni Zambotti, ricco speziale, fratello del mostrava quanto allora fosse apprezzato il sapere.
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doj, questo dì he morto epso Zebeìino e sepelito in la chiesia de li frati de San Nicolò: siando absenti li soi parenti, perchè non curava de la ferita he morto a l'improvixo; e maestro Ruberto, el quale hera doctore artista1, sta molto male.
A dì dicto. Messer Mathio Dal Canale scholaro canonista hozi se he adoctorato in jure canonico, senz'altra spexa né pompa' 2.
Zugno, luni a dì 3, el n° dì de Pasqua roxata. Io tenni a crisma 3 una fiola femena de Salvatore Belonzo da Marara 4, chiamata Domenega, e uno fiolo maschio chiamato Fran- cescho, per la singulare benivolentia he fra nuy.
A dì 5 de mercori. Siando la Excellentia del duca nostro dentro da Modena la dome- nega proxima passata, alcuni soldati bolognesi, li quali andavano dapo' cena matezan[d]o 5 con altri compagni, comenzòno a chiamare : vela vela, che hera la insignia de messer Nicolò da Este, el quale stava a Mantoa 6, et anche cridavano: sega sega per li Bentivolgi7; del che siando reprexi 8 da uno nepote de Zoanfrancesco, capitano de la Piaza, amazòno el dicto zovene. Unde el duca nostro fece serare le Porte 9 e prexi li delinquenti e messi in lo castello10.
A dì 6, la zobia. Fu publicato qualiter dentro da Modena se herano facte belissime giostre, dove herano intervenuti valenti giostraturi e se herano rotte coraze, helmi e scudi denanti a la Excellentia del duca nostro e altri segnori : fu giostra da valenthomini u.
A dì 7, il vegneri. Messer Zoanne Del Vescho fu adoctorato in le Arte e in Medexina I2 e acompagnado a caxa con trombe, e fece convito laudabile 13.
A dì dicto. Messer Francesco Calchagnino se intese essere morto a Lendinara, siando lie podestà per la Excellentia del duca nostro, e portato a Roigo a sepelire u.
A dì 9, la domenega. Fu amazato uno zovene di Ziraldi 15 da uno fiolo de Paris da Bondeno e da altri soi conpagni, in la vila de l'Hospetale de Bondeno 16, e siando venuto Paris qua a Ferrara, fu incarcerato per essere incolpato havere facto fare tale homicidio. 25
A dì dicto, el dì del Corpo de Christo. Fu portato il baldachino sopra il sanctissimo Corpo de Christo da li primi de questa citade, e maxime da messer Sigismondo da Este, dal magnifico Vicedomino per li Veneziani, dal vicario del vescho, da li rectori de li
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' Non si trova ricordo della laurea in Arti di
" Robertus de Gerardinis de Lendenaria „ che si era
addottorato in Medicina il 16 novembre 1474 ed era
stato anche fin allora " Artistarum rector„ (Pardi, Ti-
5 Ioli dottorali, pp. 62-63).
2 " Matheus a Canali, de Ferrarla, filius Petri „ (Pardi, Titoli dottorali, pp. 64-65). Certamente per es- sere povero, non pagò tasse di laurea, ne si fece accom- pagnare a casa a suon di trombe, né offerse una coia- io zione agli amici e colleglli studenti, come solevano
fare i laureati ricchi.
3 Cresima.
4 Marrara, villaggio presso Ferrara, dove gli Zani- botti avevano possessi.
15 '' Matteggiando, con pazzesca allegria.
6 Alla morte del marchese Lionello D'Este, ba- stardo legittimato, essendo il suo figlio legittimo pri- mogenito Niccolò ancora fanciullo, gli successe nel principato il fratello Borso. Aspiravano alla succes-
20 sione di questo così il nipote Niccolò sopra ricordato, come il fratello Ercole, primogenito legittimo del mar- chese Niccolò III. Borso, pur mostrandosi imparziale tra i due pretendenti, preparò la successione del fra- tello, che di fatti ebbe la Signoria. Niccolò di Lionello
35 rifugiatosi a Mantova presso il marchese Lodovico, che era suo zio, essendo egli nato dalla sorella di lui Mar- gherita Gonzaga, di là preparava armi per tentar di
occupare Ferrara. La sua insegna era una vela, che sembrerebbe indicare la speranza di ardite imprese.
7 La sega era una delle insegne della Casa Ben- 30 tivoglio di Bologna, anzi la principale.
8 Rimproverati.
9 Perchè i soldati bolognesi non fuggissero.
10 Questo ed altri fatti ricordati dal nostro cro- nista mostrano il malanimo dei Bolognesi verso Fer- 35 rara e i suoi principi. Le cose cambiarono poco dopo, quando Giovanni Bentivoglio fidanzò un figlio con una figliola di Ercole D'Este.
11 II duca Ercole, così amante degli spettacoli di ogni genere, fece fare a Modena una giostra, durante 40 la sua permanenza in quella città.
12 Giovanni Del Vescovo: "Johannes De Episcopo, "de Ferrarla, quondam ser Orphei „ (Pardi, Titoli dot- torali, pp. 64-65).
13 Dette un bel pranzo ad amici e colleghi stu- denti, essendo di ricca famiglia borghese. I più dei laureati si limitavano ad una colazione di confetti.
14 Francesco Calcagnini, d'una ragguardevole fa- miglia di Rovigo, era stato creato cavaliere dall'Impe- ratore Federico III (Diar. Ferr., 53, 11).
ir> Notabile famiglia dei Giraldi di Ferrara, da cui uscirono non ignoti letterati e poeti. Cf. Frizzi, of. cit., IV, 353, 357, 404, 420.
16 Ospitale di Bondeno, villaggio.
4S
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scholari e dal podestà e da quelli del Consilgio et altri, con gran seguito de homini e donne, juxta il consueto, in precessione \
A dì 16, la domenega. Denanti a l'officio de le bolette, aprovo la cha* del vescho, fu, suxo uno tribunale, He in Piaza, representata la lezenda de Sancto Jacobo benedetto, e de la matre e patre li quali andavano a Sancto Jacobo, che fu cosa devotissima' 2.
A dì 24, de luni, la festa de San Zoanne Baptista, ad hore 20. Se balestrò in uno bresaio 3 aprovo la chiesia de San Zoanne, drito al Castello Thealto 4, et quello trette più aprovo a la brocha 5 fu illustrissimo messer Sigismondo Da Este 6, al quale fu dato il palio de panno de roxado de braza xn, al secondo fu data una balestra grande da moli- nello 7, al terzo fu dato il bresai[o] con tuti li vertoni gè herano dentro 8. disi è il consueto ogni anno in cusì facto zorno.
A dì 25, il marti. El clarissimo jurisperito messer Guielmo Pincaro da Parma, uno de li tri consilgieri de justitia del duca nostro 9, morì e el dì seguente fu sepelito con grande honore ad hore 13 in la chiesia de San Nicolò, portato da li scholari legisti10, et il preclaro poeta laureato messer Ludovico Carbone ", doctore et citadino nostro, fece la oratione funebre.
A dì 26, de mercori. Messer Novello Cathanio de Lendinara hozi fu doctorato in lo collegio nostro 12 et li clarissimi jurisperiti messer Zoanne Maria Riminaldo e messer Zilfredo da Verona, famosissimi doctori, fono soi promotori13; e non se fece acompagnare con altra pompa a caxa l4.
A dì 27, de zobia. Maestro Roberto di Girardini da Lendinara, il quale fu ferito, comò appare sopra a carte 4 ls, hozi è morto per dieta ferita ad hore 24 in San Paulo I6, dove he sta sepelito.
A dì 26, de mercuri. Siando io a Modena, fui presente ad oldire legere a la rengera del palazo ,7, a sono di campana, sedendo per tribunale il podestà e suo vicario e suo zudexe ;
1 Famosa processione del Corpus Domini. Il bai- 7 Balestra munita di argano o verricello, dacchino fu portato dalle persone più autorevoli : Sigi- 8 Verrettoni, frecce che vi erano rimaste infisse, smondo di Niccolò III D'Este, fratello del duca Ercole, 9 Guglielmo Pincaro da Parma era già consigliere
il Visdomino veneziano, rappresentante di Venezia a di giustizia del duca Borso nel 1468 (Diar. Ferr., 52,31). 35 Ferrara, il vicario del vescovo, i rettori delle due uni- 10 Questo intervenire degli studenti a funerali di
versità dello Studio (altra prova della importanza che personaggi ragguardevoli, anche se non professori nello
si dava a questo ufficio), i consiglieri ducali ecc. Studio, e un'altra prova della considerazione in cui
2 Sulla Piazza del Comune, di fronte al palazzo erano tenuti.
del Vescovo e precisamente dinanzi all'ufficio del dazio " Incaricato assai spesso di tenere discorsi in ceri- 40
di consumo {bollette eran le ricevute rilasciate a chi monie ufficiali. Cf. p. 3, nota 7. È strano però che,
pagava dazio), sur un palco appositamente costruito, essendo il defunto un giureconsulto, non lo commemo-
fu data una sacra rappresentazione relativa alla leg- rasse un professore di Diritto, ma un laureato in Arti
genda di San Giacomo. Dopo il vasto ciclo del Re- e Medicina.
dentore, si cominciavano a drammatizzare fatti della 12 Laurea in Diritto civile di " Novellus de Ca- 45
vita di alcuni Santi, temi più adatti a dilettare la cor- " taneis de Lendenaria, filius Johannis „ (Pardi, Titoli
pulenta immaginazione popolare, come appunto "le dottorali, pp. 64-65).
" fantasiose leggende di soccorsi prodigiosi prestati da 13 Giovan Maria Riminaldi già ricordato e Gil-
" San Iacopo ai devoti pellegrinanti al santuario di fredo da Verona, che compare come promotore a lauree
" Compostella„ (Rossi, // Quattrocento, Vallardi, Mi- di Diritto fin dal 1469 (Pardi, Titoli dottorali, pp. 58- 50
lano, ed. del 1933, p. 395). 59 e sgg.).
3 Bersaglio. 14 Non doveva essere uno studente ricco, se, dopo
4 Tiro con le balestre, presso la chiesa di San la laurea, non si fece accompagnare a casa a suon di Giovanni, di fronte a Castel Tedaldo, che sorgeva a musica e non offerse neanche una colazione di confetti protezione del ponte sul Po di Ferrara, nel lato SE. agli amici e condiscepoli. Cf. nota 2 a p. io. 55 della città. La chiesetta di San Giovanni di Castel l5 A carte 4 del ms. dello Zambotti.
Tedaldo è ora scomparsa. 16 Nella contrada di San Paolo, che prendeva il
5 Brocco, centro del bersaglio. nome dalla chiesa omonima (costruita prima del 1295
6 II principe Sigismondo, oltre a tenere ottimi e ancora esistente, sebbene tutta rifatta), sulla via detta cavalli da corsa, era un eccellente tiratore con la ba- pure di San Paolo, che da Castel Vecchio conduceva 60 lestra, per cui quell'anno vinse il premio tanto alle alla dogana e al porto (cf. Diar. Ferr., 18, n. 2).
corse dei cavalli quanto al tiro con le balestre. n Alla ringhiera del palazzo del Comune.
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e ne la quale fu condennato uno zoppo da una zancha l, prexo a li dì passati, per havere cridà: vela vela"1 e diamante diamante* e merda merda in dispecto al duca nostro, comò appare in la fazada denanti in la presente carta, e anche per essere sottomito * e avere robbato. E fu condennato a la morte, per il che fu apichato e poi brusato '.
A dì 2 de Luio, il marti. Uno Hebreo, che era facto cristiano, hozi predicò in la chiesia cathedrale, dove tuti li Hebrei 5 vèneno ad oldirlo, il quale provò per raxone he- braiche che la fede nostra he milgiore che la hebraicha, che fu cosa notabile per la fede.
A dì 7, de domenica. Ser Costantino di Lardi 6 fu sepelito in la chiesia di San Domenico \ il quale morì la nocte passata.
A dì 10, il mercori. Messer Ludovico Da Carpi8, nostro citadino e doctore de Leze, iìolo del clarissimo doctore legista e citadino ferrarexe messer Paolo Da Carpi, fu sepelito in la chiesia de San Francesco 9, dove fu acompagnato da li doctori e scolari 10, e levato il cadileto ll da li doctori e portato insino fora da l'usso, dapoi acompagnato dintorno al cadileto insino a la chiesia. E il padre suo hera in Alexandria. E io lo portai a la chiesia insieme con altri scholari, con li libri in suxo il cadileto segondo il consueto de li doctori ".
A dì 13, de sabbato. Madama nostra madona Leonora tornò cum tuta la compagnia soa da Modena n. A la quale gè andò incontro lo illustrissimo messer Sigismondo suo cognato 13 e l'acompagnò sino in le soe camere.
A dì 16, il marti. Lo illustrissimo duca nostro venne a Ferrara con tuta la soa com- pagnia14, e he torna' più presto che non havea deliberato l5; e ha dato una donna deli Tas- soni I6 per molgie a Tassone suo cortexano l7, il quale gè porta la spada inanti per segno del ducato.
A dì 21, la domenega, ad hore 24. Cam lo aiuto del sanctissimo Jesù Christo madama nostra madona Eleonora Da Ragona, molgie de lo excellentissimo duca nostro, parturì in 25 Schivanolgio 18 uno fiolo maschio con grande alegreza de tuta questa citade 19, de che fonno tacte gran feste a son de campane e cum bombarde e fogi per la Piaza e per la terra, e
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*5
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1 Cianca, gamba.
2 Insegna di Niccolò di Leonello D'Este (v. nota 6 a p. io).
3 Una delle insegne di Ercole D'Este.
4 Sodomita. La sodomia era allora un vizio as- sai frequente.
5 Gli Ebrei sin da allora erano numerosi a Ferrara, città di transito e di commerci : si facevano frequenti ten- tativi per convertirli al cattolicismo, ma senza frutto.
6 Notaro di notevole famiglia borghese. Un suo figlio, Vincenzo, fu segretario della duchessa Eleonora. Un altro figlio, Lodovico, si laureò in Ferrara il 26 aprile 1459 in Diritto civile (Pardi, Titoli dottorali,
PP- 34-35)-
7 Chiesa annessa al monastero di San Domenico (l'attuale e interamente rifatta).
8 Da Carpi è cognome di ragguardevole famiglia borghese di Ferrara. Gio. Antonio Da Carpi era can- celliere del duca Ercole I (Diar. Ferr., 151, 33).
9 In questa chiesa si seppellivano, si è già osser- vato, i Giuristi, perchè le lezioni di Diritto si tenevano nell'attiguo convento di San Francesco, come i corsi di Arti e Medicina si tenevano nel convento di San Domenico.
10 Studenti di Diritto nello Studio che si consi- deravano già solidali con i Giuristi.
11 Cataletto.
18 Avvicinandosi il momento del parto, Eleonora D'Aragona, dai castelli del Modenese e del Reggiano (v. p. 9, nota 3) tornò a Ferrara, dove si voleva avesse 30 a nascere lo sperato erede della Signoria.
13 Sigismondo D'Este, che, nell'assenza del fratello duca, ne faceva le veci.
14 Anche il duca Ercole tornò a Ferrara, non ostante il caldo della stagione, per trovarsi presente 35 al parto della moglie, tanto più che si sperava avesse
a nascere un maschio, l'erede del ducato, dopo due femmine che Eleonora D'Aragona aveva partorito, con grande contrarietà del marito (cf. Diar. Ferr., 90, 33-34).
,s II parto della duchessa si annunciava più presto 40 del previsto.
16 La famiglia Tassoni era una nobile famiglia modenese. Giacomo Tassoni, capitano di Castel Vec- chio, si stabilì a Ferrara e suo figlio Giulio diventò uno dei cortigiani più ascoltati da Ercole I (cf. Diar. 45 Ferr., 195, 24-27).
17 Probabilmente Tassone Tassini ricordato più innanzi.
18 Schifanoia, con le sue stanze fresche sul giardi- no, si prestava meglio d'ogni altro palazzo ducale alla 50 dimora in tempo d'estate.
19 Alle gioie della Casa D'Este partecipavano vi- vamente i cittadini di Ferrara, tanto più nell'occasione della nascita dell'erede della Signoria.
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forino bruxate le robalte de le botege ', e li banchi del palazo de la Raxon, maxime a terreno, f onno rotti, e laxadi li prexoni, e rotte le banche de le scole 2. Il simile fu facto anche in tute te terre del dominio del duca nostro 3.
A dì 22, il luni, la festa de Sancta Maria Maddalena. Maestro Antonio da Crema medego cirugico morì, et hera citatino ferrarexe' *.
A dì 22, il luni. Fu facta la crida per comandamento de la Excellentia del duca nostro che niuno avesse ardimento de bruxare ne guastare più paramenti né botege, come he sta facto, per la alegreza del fìolo maschio nasciuto, dal populo \ Et anche fu comandato che ciascheduno artexano tenesse asserate le soe botege per tuta questa septimana 6.
A dì 23, de marti. Messer Jacomo Philippo Grotto, novo electo 7, de Adria, tolse il capuzo del rectorato de' Juristi 8, facta la oratione per messer Nicolò De l'Avogaro scholaro lezista9 in vesquado ,0, presente messer Sigismondo Da Este ll et altri nobili de la citade, perchè a questo acto non gè potè intervenire la Excellentia del duca nostro per essere infirmo; et lo capuzo gè lo dette messer Nicolò da Pexaro, viceretore de' juristi I2, et dapoi se fece la collatione 13 segondo l'uxanza.
A dì dicto. De commissione del duca nostro fu facta solenne processione per questa citade per tuto el clero per ringraziare il onnipotente Dio del fìolo nasciuto, a ciò che tal parto resti felice H. E questa fu de contento asay al populo.
A dì 24, il mercori. Messer Galeocto di Manfredi da Faenza 15 fu assaltato questa nocte passata suxo la Via Grande da San Pedro I6 da uno Stephanello Del Bo', orefexe, et altri compagni de questa terra, et amazòno uno familgio de il dicto messer Galeocto, ad instantia del quale fono tenute serate le Porte de la citade de commissione del duca nostro. Et fu cerchato per la citade se gè era li malfactori e non fonno trovati. E fu facta la crida che ciaschadun sapesse dove fosseno dicti malfactori, che riavessero in caxa, dovesse noti- ficare a la Excellentia soa sotto pena de la confiscatione di soi beni e essere banniti e incorrere la indignatione soa. Et ad hore 12, siando sta' aperte le Porte de la citade,
1 Chiusure delle porte dei negozi a modo di ri- Il Grotti (de Grottis) si laureò poi in Diritto cano- 30 balta: a Firenze, dove anche oggi se ne conservano nico e civile il 1 giugno 1478 (Pardi, Titoli dottorali, alcune nei negozi caratteristici di Ponte Vecchio, si pp. 68-69).
dicono chiusure a madia. 9 Niccolò Dell'Avvogaro di Ferrara tenne un corso
2 La contentezza dei cittadini si manifestava ru- giuridico nello Studio ferrarese nell'anno 1479-80 (Par- morosamente e in modo un po' selvaggio con bruciare DI, Lo Studio di Ferrara, p. 109). 35 e fracassare gli oggetti di legname, fino le panche del 10 Nella cattedrale.
palazzo di giustizia e i banchi delle scuole. Furono " Sigismondo D'Este rappresentava il fratello duca
pure rilasciati dalle carceri gli imprigionati. in tutte le pubbliche cerimonie a cui questi non cre-
3 Saranno state fatte manifestazioni d'allegrezza, deva di intervenire.
ma non certo le stesse che nella capitale. l* Forse " Nicolaus de Salano de Pisauro „ lau- 40
4 Antonio da Crema, ancora studente, tenne un reatosi in Diritto civile il 30 agosto 1478 (Pardi, Zi- corso di Medicina nello Studio di Ferrara negli anni tali dottorali, pp. 68-69).
1465-66 (Pardi, Lo Studio di Ferrara, p, 139). Si lau- '3 Colazione di confetti, offerta dal nuovo rettore
reo in Ferrara in Arti il 18 aprile 1465 e dalla sua agli studenti della sua università (dei Giuristi in que-
laurea si apprende che aveva il cognome "de Chata- sto caso). 45
"gninis „ (Pardi, Titoli dottorali, pp. 44-45). Si laureò u Solenne processione, non tanto forse per ringra-
poi in Medicina il 29 marzo del 1467 {ivi, ivi, pp. 46- ziare Dio dell'erede maschio concesso al duca, quanto
47). Rimase in Ferrara ad esercitare la professione di per invocare la grazia di Dio sul neonato. Gli Estensi
medico e vi acquistò la cittadinanza. si valevano anche della religione per ingraziarsi il
5 Anche al duca, che pure doveva godere che il popolo, ma si sa che Ercole D'Este era assai religioso, 50 popolo mostrasse allegrezza per la nascita del suo pri- e più ancora sua moglie Eleonora.
mogenito, parvero eccessive le manifestazioni fatte. I5 Galeotto della famiglia Manfredi, Signori di
6 Ufficiale manifestazione di giubilo: una setti- Faenza, il quale poco tempo dopo scacciò dalla Signo- mana di chiusura delle botteghe. ria il fratello Carlo e ne prese il posto, si trovava al-
7 Per rettore della università dei Giuristi. lora a Ferrara, che era come la capitale di tutti i Si- 55
8 Anche l'assunzione del cappuccio da parte del gnorotti emiliani.
rettore costituiva una festa per gli studenti e per la ,6 Sulla Via Grande (ricordata a p. 6 nota 12) pres-
città, e si faceva con una solenne cerimonia pubblica. so la chiesa di San Pietro.
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habiando intixi li malfactori il tenore de la crida, veneno tri de epsi malfactori bene armati a la Porta de Sotto l, e volgiando uno asserare la Porta o il rastello 2 perchè non passas- seno, li quali corseno diretro al custode, che a pena se potè salvare, e loro passóne Da poi il duca gè mandò drio li balestreri e cerchòno per tuto questo dì le vile e caxe, dove fu bisogno, né li potèno ritrovare' \ 5
A dì 25, la zobia, la festa di Sancto Jacomo. Messer Francesco Suerlato jurisconsulto, cavalero e consiliario de justitia del duca nostro, de mala fama e pocha conscientia4, fu portato vestito de brocha' d'oro suxo il cadileto, il quale morì heri, et hozi fu portado a la chiesia de Sancta Maria del Vado 5, recevuto da li frati con pacto che loro non lo voleano sepelire in sagrado, perchè l'hera sta' anni dodexe che non se hera confessado et 10 mo' hera morto zenza confessione e senza contritione, immo morto obstinato in cativo propo- sito. E la nocte fu portato a sepelire a lo terralgio de la citade \
A dì 28, de domenega. Se fece processione per la citade da frate e prete pregando lo onnipotente Idio volgia rendere la soa sanitade al duca nostro, il quale za più dì fa sta molto male. E cusì se fece il dì seguente7. 15
A dì 29, il luni. Hieronymo Nigrixolo 8, de la contra' de San Romano 9, venne a le mane con Zanino Da la Nuxa, fiolo che fu de maestro Francesco Da la Nuxa medego: il quale Zanino fu ferito de tre ferite, maxime suxo le testa da epso Hieronymo, el quale anche fu ferito.
A dì 30, la domenega. Messer Jacomo Trotto, zudexe di XII Savii e consiliario ducale 10, 20 fece fare una crida che ciaschaduno fachino, mendicante o pollacho, il quale fosse in questa citade da mixi quatro in qua, dovesse essere partito da la citade infra il termene de octo dì sotto pena de la forca; e questo per scientia e consentimento de la Excellentia del duca nostro'11.
Agosto, a dì 5, de luni, la festa de San Domenego. Fu facta una solenne preces- 25 sione e oblatione per tute le Arte a la chiesia de San Domenego segondo l'uxanza, per memoria de la Victoria h avuta za molti anni in tale dì per Ferrarexi contra Veneciani, li quali intròno in la cita e He aprovo la chiesia forno rotti e prezi e cazati 12.
1 Porta della città dalla parte di Oriente.
2 Uscio di stecconi o di lamine di ferro.
3 I delinquenti assai spesso riuscivano a fuggire da Ferrara dopo commesso un delitto. Al tempo di Er-
5 cole I l'opera della Polizia era lenta e debole.
4 La fama dei giudici e consiglieri di giustizia derivava per lo più dalla loro maggiore o minore se- verità, sebbene essi il più delle volte non facessero che eseguire ordini del duca. Ma in questo caso si capi- io sce che la cattiva fama del defunto derivava anche
dalla sua irreligione.
5 Santa Maria in Vado, chiesa a Mezzogiorno della città e già ricordata.
6 Terraglio, luogo sterrato fuori delle mura ur- 15 bane.
7 II duca Ercole era rimasto gravemente ferito alla nocella di un piede nella battaglia di Molinella, dove, combattendo sotto Bartolomeo Colleoni, si era comportato molto valorosamente. Di quella ferita non
20 era mal guarito del tutto e di tanto in tanto tornava a ricadere ammalato. Le processioni erano state proba- bilmente volute dalla pia duchessa Eleonora D'Aragona,
8 Negrisoli, famiglia borghese ragguardevole di Ferrara.
25 9 San Romano, chiesa antica a poca distanza dalla
cattedrale, dava il nome ad una strada che dalla piazza del Comune si estendeva fino ad una Porta chiamata
pure di San Romano, e così ad una vasta contrada intorno a quella strada.
10 Giacomo Trotti, già ricordato nella nota 8 a 30 p. 3, capo del Comune.
11 Si voleva sfollare la città dai vagabondi, anche perchè la delinquenza vi cresceva sempre più : dovevano essere sfrattati i mendicanti, i braccianti senza stabile occupazione e i forestieri (forse pollacho per Polacco 35 nel senso di straniero di lontani paesi).
12 Interessante questa notizia di una pubblica ce- rimonia annuale a ricordare che presso la chiesa di San Domenico i Veneziani, spintisi fino a quel luogo, erano stati ributtati e volti in fuga con grande uccisione. Il 40 fatto seguì certo nel 1309 quando i Veneziani e i Ferra- resi, aiutati i secondi dai Crociati accorsi all'invito della Santa Sede, combattevano per il possesso della città (Gio. Soranzo, La guerra tra Venezia e la Santa Sede per il dominio di Ferrara, Città di Castello, 1906). 45 Ma di quel combattimeto del 5 agosto non fa menzio- ne il Chronicon Estense (cf. nuova edizione del Murato- ri, RR. II. SS., fase. 57, pp. 74-75) e non parla il Frizzi {pp. cit., cf. Ili, pp. 246-47). I Veneziani, com'è facile ricostruire l'avvenimento, da Castel Tedaldo, di cui 50 erano in possesso, fecero un tentativo per impadro- nirsi della città, ma furono ributtati. Dopo 167 anni
la memoria di quell'importante combattimento era an- cora viva.
[A. 1476] DIARIO FERRARESE 15
A dì 8, la zobia. Lo ambasatore del Re d'Ongaria ' venne per la via de Vinecia cum 600 cavali con molti segnori, duchi e baroni, li quali intròno in la citade acompagnadi da lo illustrissimo signore messer Sigismondo e messer Raynaldo Da Este 2 fratelli del duca nostro, e da tuta questa citade 3. E venneno per mezo la Corte del duca nostro, il quale he infirmo, ma stete a la fenestra a vederli. E li mazori signori forno acompagnati e allozati in Schivanoglio *: la quale compagnia va a tuore la fiola del Re Ferante 5 a Napoli per menarla per molgiere al Re d'Ongaria, Re Mathias 8.
A dì 9, de veneri. Lo predicto ambasatore con la compagnia soa, vestiti de veste pretiose, e la mazore parte con ghirlande de grossissime perle, vèneno a le camare del duca nostro infirmo a vixitarlo.
A dì 13, il marti. Se par tino da Ferrara li prefati ambasatore e segnori, avenga che parte de la compagnia se fosse parti' el dì inanti, et andòno a montare in doe galere a Consandalo 7 per andare più securi, per la peste se dice essere per la Marcha e per la Romagna *.
A dì 17, de sabbato. Fu facta una crida per parte del duca comò, per fare bene a questo fidelissimo populo e gratificarse a quello e sublevarlo da le graveze, che, intendando soa Excellentia che quando alchuno comperava qualche cosa con pacto de appropriare, se pagava doe gabelle, che soa signoria revoca tal uxanza e ordine, e non vole se pagi se non la gabella quando se appropriarà, perchè cusì gè pare iusto e honesto 9.
A dì 18, la domenega. Se pubblicò una crida da parte de la Excellentia del duca nostro, suxo uno tribunale facto a posta denanti al palazo del Comun, corno la Excellentia del duca se hera convenuto con la serenissima Signoria de Venexia che ciaschadun ladro, assassino, homicida, ribelle, fabricatore de monete false e altri malfactori, che commettessero li predicti delieti, possano essere prexi in le terre de soe signorie, et siano obligati darli l'uua signoria a l'altra, a zio li delieti non passino impuniti' 10.
Septembre, a dì primo, de domenega. Siando partito lo illustrissimo duca nostro hozi a hore 9 da Ferrara con la Corte soa et andato a Belreguardo a solazo per starge qualche zorni ", arivò ad hore 14 I2 messer Nicolò Da Este, fiolo che fu del marchexe Leonello, fiolo bastardo che fu del marchexe Nicolò, con quatordexe lS nave lombarde coperte da li schelmi
' Ambasceria ungherese che, sbarcata a Venezia, Napoli, ma certo non erano più così cordiali come in
si dirigeva verso Napoli a prendere la sposa del Re passato.
Mattia Corvino, Beatrice D'Aragona, sorella della du- H Ercole D'Este, essendo stato ammalato più gior-
chessa Eleonora. ni, decise di recarsi a diporto, per rimettersi in salute, 30
* In rappresentanza del duca infermo. nella delizia di Belriguardo. Frattanto Niccolò di Lio-
3 La comitiva ungherese fu accolta molto bene a nello D'Este aveva preparato un colpo di mano su Fcr- Ferrara per la ragione della parentela sopra esposta. rara, con soldati e con mezzi fornitigli dallo zio Lu-
4 Questo elegantissimo palazzo ducale era desti- dovico, marchese di Mantova, e dal duca di Milano, nato ad accogliere ospiti di riguardo, specie nella calda suo protettore. Egli aveva fautori in Ferrara, ma si 35 estate ferrarese. illudeva di godere il favore della popolazione, ciò che
5 Ferdinando I D'Aragona. non era, perchè il duca Ercole, con i suoi modi gentili
6 Questo famoso principe ebbe grande simpatia e i suoi tratti cavallereschi, si era conciliato l'affetto per l'Italia, di dove chiamò alla sua Corte letterati e dei Ferraresi, coadiuvato dalla moglie Eleonora, donna artisti, e volle avere anche moglie italiana. buona, caritatevole, religiosa e molto simpatica. Anche 40
1 A Consandolo, alla foce del Po, per recarsi per la nascita di un erede maschio aveva sempre più resa
mare ad un porto della Puglia. popolare quella coppia di principi giovani e umani.
8 E quindi non seguirono, come avevano inten- Niccolò di Lionello aveva atteso troppo a tentare questo zlone, la via di terra per recarsi a Napoli. colpo di mano, che appare ben preparato e fu favorito
9 Abrogazione di una tassa che si pagava per i sulle prime dal fatto occasionale che il rivale aveva 45 contratti con patto di ricupero: Ercole D'Este sollevava deciso di recarsi fuori della capitale in quel giorno.
i sudditi dalle gravezze che non diminuissero troppo ,2 Alle ore 13 secondo il Dia?: Ferr., 91, 13; 11
le rendite della Corte. Frizzi (op. cit., IV, 98-100) si attiene alla nostra cro-
10 Convenzione per l'estradizione dei delinquenti naca per questo come per altri particolari del fatto.
tra Venezia e Ferrara. Le relazioni tra i due Stati 13 Cinque navi, secondo il Diar. Ferr., 91, U. Il 5°
rimanevano in apparenza ancora buone non ostante il Frizzi incerto tra le due versioni, parla di " alquante
matrimonio del duca Ercole con una figlia del Re di * navi „.
16
BERNARDINO ZAMBOTTI
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in suxo de palgia l, e de sotto haveva in le nave circa sei cento fanti bene armati 2, con li quali intrò per uno buxo de le mura nove de Sammarcho 3 de verso Po, per lo quale entrava li lavor[atori] che lavoravano a le mure. E uno prete, cappellano de messer Nicolò *, con uno palo de ferro roppe il portello, e de lie tuti vèneno drio la via5 cridando: vela vela., che era la insigna de epso messer Nicolò, insino in Piaza; e subito che forno sentiti di- 5 smontare de nave e intrare la cita, tute le campane, e anche quella dal arlogio 6, comenzò a sonare a martello, ma pochi intendeva la causa, perchè arivòno 7 presto in Piaza. E lo capitano dala Piaza 8, Gasparo da Robiero 9, con tuti li soi fanti armati con le lanze, corseno in Piaza, dove gè hera il conte Antonio Dal Sagra' tc, collaterale ", el quale presto fece serare le porte del vesquado 12, e allora, siando io con mio padre e con messer Hieronymo Ferrarino 10 scholaro de leze e compagno mio 13, a la Messa al altaro de Nostra Donna, vedessemo el prete che diceva el Vangelio levarse da l'altaro con il calexe e messale, correre via zenza più liurare u la Messa. E messer Nicolò venne a cavalo de una cavala armato con una targa al brazo e se messe a sedere suxo le banche dai soldati 15, credando lui che se armasse qualche zintilhomo e citadino suo partexano e venisse a lui 16, come vegnando in Piaza 15 haveva exhortato tuti quelli trovava a seguitarlo: perchè per la morte del duca Borso se hera partito inanti che morisse, e lo duca nostro ,7 se fece Segnore, corno quello che hera fiolo legittimo e naturale del marchexe Nicolò, al quale spectava la Signoria quando il marchexe Leonello fu facto Signore 18. Unde messer Nicolò, vedando che niuno appareva in suo aiucto, anzi essere andato messer Sigismondo Da Este fratello del duca nostro in 20 Castello Vechio insieme con la duchessa nostra e sui fioli 1S, volse correre in Corte 20, et arivando uno staff iero de Madama a la porta, lo amazòno.' Anchora, siando cinque scholari ungari 21 suxo il canton de la Piaza de verso lo arlogio 22, la compagnia de Messer Nicolò gè corse adosso cridando: vela vela, e li scholari non sapeano perchè fosse sorto tanto tumulto M, e tacevano, unde tri de loro forno feriti 24, de li quali uno per dieta ferita il dì seguente 25 morite, sepelito perhò con grande honore de concessione de la duchessa nostra, la quale
1 Questo particolare è interessante, perchè fa ca- pire come potessero quelle navi giungere fino a Ferrara senza destare allarmi.
2 II Diar. Ferr., dapprima non precisa il numero 5 ("navi.... carge de fantarie „), ma poi parla di circa
6oo fanti (91, 20). Non ostante questa concordanza delle due cronache, il Frizzi, loc. cit., dice che erano • circa 700 fanti „.
3 Verso la chiesa di San Marco, situata presso 11 io portello delle mura urbane che portava lo stesso nome,
ad Occidente della città.
4 " Gio. Antonio prete milanese da Llgnano „ : Frizzi, IV, 98.
5 La Via dei Servi, come precisa il Diar. Ferr., 15 91, 10.
6 Della torre di Rigobello situata all'angolo di Sud-Est del palazzo ducale di Piazza, dov'era un oro- logio pubblico che suonava le ore (Cittadella, Sulla Torre di Rigobello, Ferrara, 1852).
20 7 I soldati di Niccolò D'Este.
8 Comandante di una schiera di soldati che stava in Piazza del Comune per il mantenimento dell'ordine.
9 Rubiera (terra del Modenese).
10 Antonio Dal Sacrato, di nobile famiglia ferra- 25 rese assai ricca, figlio primogenito del conte Francesco,
morto nel 147 1 (Diar. Ferr., 44, 6-11).
11 Ufficiale che sta a lato, è coadiutore, di un altro di maggior grado.
12 Cattedrale, situata presso il palazzo del vescovo.
13 Girolamo Ferrarini di Lendinara, che prese poi 30 dimora in Ferrara. Cf. Diar. Ferr., 272, 15-16.
14 Terminare.
15 Le panche dove potevano riposarsi i soldati del corpo di guardia della Piazza.
16 S'illudeva di avere nella città più partigiani e 35 più accesi di quelli che in realtà vi aveva.
17 Ercole D'Este.
18 II cronista riporta qui l'opinione della maggio- ranza del Ferraresi: non solo Ercole D'Este non aveva usurpato i diritti del figlio del marchese Lionello, ma 40 questi, essendo bastardo, aveva, invece, usurpato i di- ritti del figlio nato da nozze legittime.
19 Sigismondo D'Este, luogotenente del fratello duca in sua assenza, dal palazzo ducale di Piazza, per
un passaggio interno, si era rifugiato nella sicura for- 45 tezza di Castelvecchio, conducendovi la duchessa Eleo- nora e i suoi tre pargoletti: Isabella, Reatrice e Al- fonso, questo nato da pochi giorni.
20 Volle impadronirsi del palazzo ducale di Piazza.
21 Presso la Torre di Rigobello, ricordata qui so- pra, nota 6.
22 Da ogni parte d'Europa venivano allora sco- lari a seguire i corsi nello Studio fiorente di Ferrara.
23 Non comprendendo le grida dei seguaci del pretendente.
24 Ritenuti avversari.
Sr>
ss
[A. 1476] DIARIO FERRARESE 1 7
fece la spexa. In questo mezo le persone che herano fuzite de Piaza in chiesa ', corseno, per la porta de drio, da la canonega, de verso li Contrarli 2, a caxa soa.
E niuno citadino né zintilhomo haveva ardimento de nescire de caxa, anzi se asseraveno e forti[ft]cavano in le loro caxe, avenga continuamente sonasse le campane a martello, perchè se dubitava de qualche tractato dentro da la citade 3 et se diceva per quelli de messer Nicolò che hera venuto con intendimento de 4 gran zintilhomini e segnori, e per questo niuno nisiva de caxa, maxime che cridavano : Marcho Marcho 5, comò havessero intendimento con la Signoria de Vinexia. In questo mezo la compagnia de misser Nicolò forno a le mane con la familgia de messer Sigismondo Da Este 6, sotto la volta del palazo 7 sotto le camare herano del duca Borso, et combattèno un gran pezo e forno feriti de l'una parte e de l'altra; ma messer Raynaldo Da Este, el quale se hera tirato in Castello Novo, nescì fora con bona compagnia e anche messer Sigismondo, che hera in Castello Vechio, venne con quelli del Borgo del Lione dentro per la Porta de Sotto con il populo drio8. Arivato al Paradixo 9, trovòno quelli de messer Nicolò che herano venuti insino al Saraxino ,0, dove, sentendo sonare la trombetta de li Ferrarixi, li quali cridavano: diamante t diamante ", volseno fugere e forno rotti, fra li quali ne forno morti quatordexe, altri feriti e prexi. Sentando questo messer Nicolò, mandò alcuni de li soi a pilgiare el palazo de la Raxon, digando che lui andarebbe per la terra a fare venire li soi partexani; ma fece per salvarse, benché non gè valesse, perchè se tolse via con messer Francesco da Grompo e Brunoro u, li quali hàveno dosento fanti con siego, e andando per la via de Santo Polo 13 e per suxo la Via Grande, tornorno fora per il buxo facto per loro u, passando Po con le sue nave et andando per la via de Porotto e de Vigarano l5. Quelli che remaxeno in palazo Ifl, parte fuzìno per le caxe, parte prexi, parte se arescòxeno 17 in li destri 18 del palazo, e altri morti, perchè tuto il populo hera in arme fora contra dicto messer Nicolò l9. Non se trovò alchuno dentro de Ferrara andasse in alturio de' Velischi i0. Sentando messer Sigismondo la fuga de messer Nicolò, gè mandò drio molta zente d'arme e per capitani gè mandò Ludovigo di Trotti J1 e Leonello de Bertholazo J2 soi cortexani ", con bona parte del populo e con' li balestreri, che pilgiassero dicti Velischi, e epso messer Nicolò menasseno o vivi o morti. Et epso messer
I Nella cattedrale. 13 Via di San Paolo, che dalla chiesa (costruita * Dalla parte di via dei Contrari (così detta dal prima del 1395 e appartenente ai Carmelitani) e con- grandioso palazzo dei Contrari, poi dei Pepoli). vento omonimo conduceva al porto sul Po di Ferrara,
3 Intesa di Niccolò D'Este con parte della popò- detto pure di San Paolo. 30 lazione. M Per l'apertura nelle mura per la quale erano
4 D'accordo con. entrati in città.
5 San Marco, grido di guerra dei Veneziani. 15 Imbarcandosi sulle navi che avevano lasciate
6 Una squadra di dipendenti di Sigismondo D'Este. sul Po di Ferrara e dirigendosi verso i villaggi di Po-
7 Sotto le volte del passaggio coperto che dal rotto e di Vigarano Mainarda. 35 palazzo ducale di Piazza metteva in Castel Vecchio. 16 Nel palazzo della Ragione, dove si era asser-
8 Vennero alla riscossa i due fratelli del duca: ragliata una parte dei soldati di Niccolò D'Este. Rinaldo, che si era rifugiato nella fortezza di Castel- n Si nascosero. Cf. da resami = di nascosto, a nuovo sul Po e là aveva armato soldati e cittadini, e p. 8, linea 2 e nota 3.
Sigismondo, che, uscito da Castelvecchio, aveva fatto ,8 Cloache: interpreta il Frizzi, op. cit., IV, 100. 40
armare gli abitanti del Borgo del Leone. '» Quando il popolo ferrarese, che dapprima si
9 Nei pressi del palazzo ducale del Paradiso, già era spaventato alla falsa voce che i partigiani del pre- dei Signori di Carpi e a loro confiscato, situato nella tendente erano in un numero straordinario, seppe la contrada presso la chiesa di Santa Agnese. verità, corse tutto ad inseguire i fuggitivi.
10 Via del Saraceno, così chiamata probabilmente 20 I seguaci del pretendente non erano certo mi- 45 perchè vi si faceva il noto giuoco del Saracino o del merosi e non mostrarono davvero coraggio {alturio = Moro. aiuto).
II Insegna di Ercole D'Este, come s'è detto. 21 Di un ramo secondario della nobile famiglia 12 Francesco e Brunoro da Grompo, padovani ferrarese Trotti, su cui si vegga p. 4, nota 8 e p. 14,
(Grompo veramente è una località oggi nella prov. di linea 20. 50
Rovigo, circond. di Adria), comandanti di parte delle 22 Leonello Bertolacci, valente uomo d'armi,
forze di Niccolò D'Este. *s Familiari.
T. XXIV, p. vii — 2.
18 BERNARDINO ZAMBOTTI [A. 1476]
Sigismondo li seguitò insino a Vigarano, ma ritornò subito per custodire e defendere la citade, avenga che messer Raynaldo Da Este fosse rimasto armato a cavalo in Piaza con il populo a la custodia de la terra.
Ma siando per più missi e cavalari subito nontiato al duca nostro la venuta e intrata de epso messer Nicolò dentro da Ferrara, pensare poi de che animo dovete essere soa Excel- 5 lentia vedandose fora con pochi zenza arme e dinari '. Unde subito il montò a cavalo con la soa familgia e venne quasi insino a Cona *, tanto ch'el ritrovò Vincenzo di Lardi canzelero de la duchessa, il quale il consilgiò a non venire a Ferrara, cum sii che messer Nicolò ha molta zente in arme con siego in Piaza, et dubitasse de tradimento 3. E cusì soa signoria deliberò tornare indietro pensando sopra alchune lettere, le quale havea havute il dì inanti 10 sopra tal venuta, et non se ne curava digando che messer Nicolò non seria venuto a Ferrara *. Con sì poche persone pur machinava più cose 5. E corando pervenne a Monistirolo 6, dove lui e messer Sigismondo Da Este gè haveano alchuni cavali a l'herba 7 e li menò con sieco f acendose dare de le arme per le caxe de li contadini, e fece chiamare li Bellonzi da Marrara 8 soi fidatissimi lo seguitassero. In Romagna e Arezenta9 tolse cavali e dinari in prestito e, 15 siando pervenuto a Lugo 10, fece subito congregare molta zente in arme per soa custodia, e per venire a Ferrara ". Ma li Velischi, che credevano passare al Bondeno 12, forno assaliti da li nomini del Bondeno e da quelli de la citade 13 dal lato de drio, unde fu necessario se butassero per la vale w, per la quale andando li homini del Bondeno prexeno messer Nicolò Da Este, messer Francesco e Bronoro da Grompo con altri capi. E forno menati 20 questa nocte a Ferrara per Ludovico di Trotti et Leonello Bertholazo in Castello Vecchio. La quale prexa subito fu nuntiata a la Excellentia del duca nostro a Lugo, dove quella se fortificava.
A laude del onnipossente Dio fu facto solenne processione 15 per tuta questa citade de la Victoria h avuta contra epso messer Nicolò e Velischi, e che ne havea liberati da tanto 25 periculo et perversione de questa cita, condugando le cose in bon stato 16, de che tuta questa comunitade ne rengratia Dio.
A dì dicto. La illustrissima duchessa nostra donò a Ludovico di Trotti, per avere prexo epso messer Nicolò, una cadena d'oro per lui e una zipa de brochado M per la molgie sua.' 30
A dì primo de Septembre, la domenega de sira. Cristophoro dai Cappellari ferrarexe nostro, il quale hera venuto cum messer Nicolò Da Este da Mantoa, sedando suxo le banche di soldati in Piaza cum messer Nicolò Da Este, fu amazato con uno vertone ,8 de balestra tracto per uno familgio de messer Sigismondo da Este, el quale hera a le fenestre del palazo del duca ; se chiamava Salvalaio. E fu impicato l9 per la gola a la rengera del palazo de 35
1 Con pochi uomini senz'armi per difendersi e 8 I Bellonzi di Marrara erano amici della fami-
senza mezzi per riparare altrove. glia del cronista, cf. p. io, linee 6-8. 20
1 Villaggio ricordato a p. 5, linea 23. 9 Argenta.
3 Si capisce che la buona duchessa, pensando, non l0 Piccola città, allora del dominio ferrarese, oggi
5 meno che al pericolo suo e dei figlioletti, a quello del nella provincia di Ravenna.
marito, si era raccomandata a questo suo affezionato " Non solo per propria difesa, ma anche per ac-
segretario (canzelero = cancelliere), perchè corresse a correre a Ferrara in aiuto dei suoi, che temeva in pe- 25
scongiurare il duca di non venire verso la città occu- ricolo.
pata dai nemici, che ella, nel primo momento, riteneva '* Terra del Ferrarese sul Po.
io assai più numerosi che in realtà non fossero, e perchè l3 Dalle schiere dei Ferraresi mandate da Sigi-
dubitava anche di tradimento da parte della popò- smondo D'Este ad inseguire i fuggitivi,
lazione. u Nella campagna vicina a Bondeno. 30
* Era stato avvisato con lettere anonime dell'im- ,5 Certo fu pensiero della religiosa duchessa Eleo-
minenza del tentativo di Niccolò D'Este, ma non ci nora.
15 aveva prestato fede. I8 Conducendo a buon fine.
5 Meditava più di un ardito disegno. ,7 Una giacca di broccato.
6 Monestirolo, villaggio del Ferrarese. ,8 Verrettone. 35 1 Al pascolo. lt Come traditore, benché già morto.
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la Raxon da Simon Codechà ', Benasai e Zoanne Da Carpi 2, tuti tri nodari, e da Nicola Da Fiesso 3, raxonato in camera 4, tuti infuriati e caldi.
A dì 2, de luni. Lo illustrissimo duca nostro tornò da Lugo a Ferrara ad hore 16, al quale gè andò incontra messer Sigismondo e messer Raynaldo Da Este soi frateli con tuti li nobili di questa citade. E arivando in Piaza, sentando tuto il populo chiamare: diamante diamante, Hercule Hercule 5, e vedando la molgie e fìoli al pozolo de la Corte 6 tuti pianzere de alegreza, non se potè continere che anche lui comenzò pianzere de dolceza de la fideltade del populo. E subito dismontò e intrò in domo e andò al altare a ringraciare Dio 7, che l'ha liberato da grandissimo pericolo de la vita e del Stato suo.
A dì 3, de marti. Messer Francesco Da Grompo e Brunoro Da Grompo suo nepote forno apicati a la rengera del palazo de la Raxon, uno a ciaschaduno cantone de la rengera, per essere sta' li conductori de la mazore parte de li nomini herano venuti con messer Nicolò Da Este. E a quella hora forno apicati dexedocto persone del predicto a le colonnelle de le fenestre del palazo, fra le quali gè fu Fiocho 8, familgio de epso messer Nicolò dilecto. Quatro altri forno apichati a li merli del Castello Vechio, fra' quali gè hera uno di Tossici 9.
A dì 4, il mercuri. Messer Agostino di Bonfrancisci da Rimene 10, citadino ferrarexe e commissario e secretano ducale, questa nocte passata ad hore cinque o lì circha, fece talgiare la testa a messer Nicolò Da Este in Castello Vecchio, confessato e comunicato; e da poi gè fu cuxida al colo che non parea gè fosse sta' talgiata u. Et anche l'altra nocte inanti hera sta' talgiata la testa ad Azo Da Este '*, il quale hera venuto da Mantoa cum epso messer Nicolò.
A dì dicto fu facta la crida che ciaschadun zintilhomo, doctori e citadini e officiali, dovessero, da parte del duca nostro, andare ad honorare il corpo de messer Nicolò Da Este insino a la sepultura; e cusì fu portato fora del Castello Vechio da li cavaleri de la citade.' Da poi lo portòno li doctori lezisti, da poi li medici insino a la giesia de San Francesco con gram pompa, vestito de lungo de una turcha de broca' d'oro e una bretta cremexina e li guanti novi in mano. E fu posto in l'archa rossa de la Cha' Da Este, dove se sepeliscono quelli de la Chaxa l3. Et remaxeno incarcerati in Castello w, messi in cippi in lo cortile I5 del
1 V. p. 9, nota 7. pericoloso finché viveva, il giovane Niccolò Da Este,
* V. p. 12, nota 8. sostenendo la sua opinione col motto: mortuum homì- 3 Una persona di Fiesso addetta alla Corte. Si nem non pugnare. Certo la crudeltà usata con quel
vegga quanto s'è detto a proposito di questo paese, in giovane principe, in contrasto col carattere mite del 30
cui si suppone nato l'autore del Diar. Ferr., nella pre- duca e di sua moglie, della quale Ercole D'Este ascol-
fazlone allo stesso, p. xvn. tava volentieri 1 consigli, farebbe supporre che la tra-
* Impiegato alla camera ducale o tesoro. dizione ricordata poggi sul vero.
5 Una grande dimostrazione d'affetto. " Per un riguardo usato al defunto come a prin-
6 La duchessa Eleonora con i suoi tre bambinelli cipe di Casa D'Este. 35 sul balcone del palazzo di Piazza. 12 Cugino di Niccolò D'Este, di un ramo secon-
7 Anche prima di recarsi ad abbracciare la mo- dario della famiglia, figlio di Gherardo (n. 68 dell'al- glie e i figli. bero genealogico estense inserito nel voi. Ili del Frizzi,
8 Fiocco, soprannome: "Fiocho da Ferrara, fiolo op. cit.).
"de fra' Martino de l'Ordine di Servi,,, Diar. Ferr., >3 Lo sventurato giovine fu sepolto con tutti gli 40
76, 35. onori, dopo funerali solenni, nella chiesa di San Fran-
9 Marco Tosego o Tossico, ferrarese, camarlingo cesco, dove s'inumavano i principi della stirpe estense, di Niccolò D'Este. anzi nella tomba di famiglia, chiamata arca rossa, forse
10 Agostino Bonfranceschi, di cui si è già parlato perchè di granito. Ciò dimostra che il duca non con-
a p. 8, nota 6, sarebbe nato a Ferrara, e Da Rimini servava nel suo animo alcun rancore, o credeva di do- 45
non sarebbe che un secondo cognome. Ma vien fatto ver rendere tali onori alla dignità della Casa più che
di pensare che, essendo egli stato per lunghi anni con- alla persona, o forse sentiva rimorso di aver fatto uc-
sigliere di giustizia a Ferrara, abbia ottenuto la citta- cidere il suo rivale, mentre avrebbe potuto rinchiuderlo
dinanza della città per i molti servigi resi allo Stato nelle sicure segrete di Castel Vecchio.
con la sua opera oculata, e ciò abbia ingenerato con- u Castel Vecchio. 50
fusione. È tradizione che egli consigliasse il duca Erco- ij Nel cortile, perchè erano tanti che le segrete
le a far giustiziare, per sbarazzarsi di un rivale sempre di Castel Vecchio non bastavano a contenerli.
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Castello, molti de la compagnia l. A li quali havendo deliberato il prefato messer Agustino di Bonfranceschi, ducale commissario, di farli cavare uno ochio e talgiare una mano e bolarli in fronte de uno diamante *, il parse a la Excellentia del duca usarli clementia e misericordia a quelli che non sapeano che venesseno a fare e cusì non volse che fosseno altramente puniti; ma li donò tal prexoni a la mazore parte de quelli li haveva prexi 3 e a soi cortexani, li quali se li menòno a caxa; altri pagòno dinari, alchuni forno relaxati liberi segondo il bixogno e descretione de chi li havea. E il manigolodo 4 de li dicti Velischi fu da Mon- tagnana5, il quale poi fu lassato andare: e se retrovò essere homo molto richo, ma lui fece per scampare la furia. Fu perhò retenuto in prexone alchuni, da i quali la Excellentia del duca delibera sapere il successo e ordinatione facta a, fra' quali fu ritenuto vivo Alberto Maxolino secretano de messer Nicolò 7, et uno prete, che veniva spesso a Ferrara per spione, che fu quello li condusse 8, il quale prete fu menato primo inanti a li altri con il lazo al colo quando li altri sono impichati; ma il vicario del vescho gè inhibì sub -pena excomu- nicationis non lo amazasseno se prima non hera digradato. E cusì fu ritornato in Castello, dove gè he dato solo pane e aqua.
A dì 7, de sabbado. Fonno impicati quatro nomini che herano venuti con messer Nicolò Da Este, per essere de quelli che sapeano e haveano sollicitati la venuta e herano sta' rebelli, a le fenestre del palazo del Comun.
A dì 10, de marti. Lo illustrissimo duca nostro donò a messer Ludovico de Fiascho ca- valero 9 la caxa che fu de Mathio da Herba 10, da Sancta Justina ", il quale fu rebelle del 20 duca per essere sta' de quelli de messer Nicolò Da Este. Et anche donò la caxa che fu de Bonvexino Da le Carte I2 a Tassone di Tassin suo scudero e camariero 13, confiscada a la camera ducale per essere sta' debitore del duca, per più robare fece quando hera factore del duca, et ha persa tuta la soa robba, che bixogna stii in vila a caxa de soi parenti.'
A dì 15, la domenega. Li ambasatori de la Signoria de Venecia veneno hozi a Ferrara, 25 a li quali gè andò incontra lo illustrissimo messer Sigismondo Da Este e messer Raynaldo: li quali ambasatori feceno intendere a la Excellentia del duca corno la Signoria de Venecia li offeriva il Stato suo a defensione de soa signoria; e che, se quelli Da Grompo herano venuti in compagnia de messer Nicolò, non fu di soa scientia né consentimento, anzi gè rencresceva de ogni danno e disturbo havesse epso signore per dieta causa, e che gè sa- 30 ranno sempre defensori u.
1 Della schiera venuta con Niccolò D'Este.
2 II Bonfranceschi, come consigliere di giustizia, era incaricato di istruire i processi non solo dei due Estensi che avevano preso parte al tentato colpo di
5 mano, ma anche di tutti i loro seguaci. La pena che egli propose per i semplici soldati, tanto più che essi, come pensò Ercole D'Este, probabilmente non sapevano per che fine dovevano combattere, sembrò al duca ec- cessiva. Si capisce anche da ciò che quel magistrato io era volto alla crudeltà più che alla misericordia.
3 Fatti prigionieri. * Manigoldo, boia.
5 In quel di Padova, uno dei mercenari assoldati dai due Da Grompo. 15 6 Per averne informazioni sul modo com'era stato
preparato il colpo di mano su Ferrara.
7 Alberto Mazolino di Ferrara, figliolo del fu Giovanni Gobbo, secondo il Diar. Ferr., 76, 8, che do- veva conoscere tutti i segreti del suo defunto padrone. 20 8 V. p. 15, nota 1.
9 Fiaschi, nobile famiglia di Milano di cui un ramo si trapiantò a Ferrara verso il 1360 nella persona di Giacomo Matteo, avo di Lodovico, nominato mae-
stro di camera da Ercole D'Este e in grande intimità col duca. 25
10 " Mathia Herba da Milano, mercadante in Fer- " rara „, Diar. Ferr., 78, 4.
11 Nei pressi della chiesa di Santa Giustina.
12 Bonvicino Dalle Carte, stato salinaro di Reggio
e fattore ducale, privato di questo secondo ufficio per- 30 che trovato in frode nell'amministrazione, Diar. Ferr., 90, 26-23.
13 E probabile che questi fosse parente di quel- l'Antonio Tassino, che divenne più tardi amante della duchessa Bona di Milano e per cui mezzo ci furono intese fra le due Corti di Milano e di Ferrara al tempo della reggenza di Bona.
14 Le relazioni tra Venezia e il duca di Ferrara si erano fatte ostili per il matrimonio di questo prin- cipe con una figlia del Re di Napoli, che aveva susci- tato la diffidenza e lo sdegno della Repubblica. Il fatto che una parte notevole dei soldati con cui Niccolò Da Este aveva tentato il colpo di mano su Ferrara erano stati arruolati sul territorio veneziano da due Pado- vani, i Da Grompo, non poteva non destare il sospetto 45 che la Signoria avesse favorito l'impresa, tanto più che i
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[A. 1476] DIARIO FERRARESE 21
A dì 7, il sabbato. El fromento se hera venduto a li [dì] passati molto caro. Hozr il duca nostro mandò a vendere il fromento suo in Piaza a soldi xn il staro, e non volea se ne desse più che stara doa a ciaschaduno comperatore, cum zuramento che lo toleseno per loro e non per altri, perchè el fromento de li citadini se vendeva soldi 17 il staro1.
Nota che fu mostra' a le fine de questo mese dui versi a la Excellentia del duca, li quali herano sta' missi suxo il castello de Sermine 2, a li quali gè fu resposto per messer Raynaldo Coza, scholaro modenexe:
Carmina Sermidi[s] prò Velifbris3:
Et si velia ìacent truculento scissa lapillo, Paladis armisone, crede, sueniur acu.
Responsio:
Velia iacent que non resuentur Paladis arte,
perdita nam fato noti rcparantur acu; atque utinam si quos adamas habet amplitis hostes,
velia quod exitium passa fuere ferant. '
Octobre, a dì 3, a la zobia. Questa nocte passata fu uno grandissimo vento con piova, per la quale la Rezina, del Re de Napoli fiola, che vene da Napoli per andare a marito in Ongaria spoxa del Re de Ongaria, ha patita grandissima fortuna talmente che non se scia dove sia capitata *. Et una gran parte de li soi sonno qua a Ferrara expectandola 5 con molti cavali, li quali hano ogni zorno dal duca nostro uno quarto de ducato per homo e cavalo.
A dì 5, il sabbato. Uno villano da Melara 6 bannito, il quale hera venuto con messer Nicolò da Este et hera sta' quello che havea amazato quello Da Ripa, citadino ferrarexe, fu apicato hozi a le fenestre del palazo de la Raxon del Comun de Ferrara.
A dì 9, de mercuri, a hore 23. Madona Eleonora, duchessa nostra, hozi tornò de Cor- boia 7 con messer Sigismondo Da Este suo cognato, dove hera andata ad expectare la Regina de Ongaria soa sorella; e non sentando dove la sii per la terribile fortuna stata, he ritornata. A la quale gè andò incontra per il Barcho8 lo excellentissimo duca nostro 9 e lo ambasatore
Veleschi gridavano per Ferrara: San A/arco, San Marco. * Beatrice D'Aragona, figlia del Re Ferdinando di
Il Governo veneziano sentì il bisogno di discolparsi Napoli e sorella della duchessa Eleonora, Imbarcatasi
presso Ercole D'Este. a Manfredonia per venire a Ferrara a visitare la so- 35
4 Uno dei mezzi di cui aveva tentato di valersi rella, nel recarsi in Ungheria per sposare il famoso Re
Niccolò D'Este per eccitare i Ferraresi contro il duca Mattia Corvino, incontrò un mare così cattivo che non
Ercole, era stato di far spargere la voce che il prezzo si sapeva dove la sua nave era stata sbattuta dalla
del grano veniva mantenuto troppo alto e che egli tempesta.
l'avrebbe fatto abbassare. In realtà, il grano costava 5 Dall'Ungheria eran venute a Ferrara molte per- 30
caro perchè in quell'anno ce n'era scarsezza. Ercole sone incaricate di fare scorta alla sposa del loro Re. D'Este volle mostrare l'infondatezza dell'accusa e la sua 6 Melara, villaggio allora del Ferrarese, oggi nella
bontà verso il popolo facendo vendere il grano dei provincia di Rovigo, circondario di Massa Superiore, suoi magazzini a 12 soldi lo staio, mentre costava 17. 7 Corbola, villaggio allora del Ferrarese, oggi
1 Sermide nel Mantovano, dove godeva simpatie nella provincia di Rovigo, circondario di Adria. Di 35
Niccolò D'Este, figlio d'una Gonzaga. là sarebbe dovuta passare Beatrice D'Aragona, venendo
3 A comprendere il significato dei versi seguenti per il Po dal mare verso Ferrara, basta ricordare che la vela era l'insegna di Niccolò di 8 II Barco era un vasto spazio tenuto a bosco,
Lionello e il diamante quella d'Ercole D'Este. Velia ad uso di caccia, a Settentrione di Ferrara, che giun-
sta per vela. I partigiani del primo speravano che una geva fino a Pontelagoscuro sul ramo principale del Po. 40
guerra avrebbe potuto ricucire le spezzate vele: i fau- L'aveva fatto così ridurre Ercole D'Este, acquistati i
tori del secondo rispondevano che era una speranza terreni dai rispettivi proprietari.
ingannevole e che, se il diamante aveva altri nemici, 9 Per confortare la moglie nella sua grande agi-
potessero essi fare la triste fine del primo. fazione a causa della sorella.
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BERNARDINO ZAMBOTTI
(A. 1476]
de' Veneciani e l'ambasatore de' Fiorentini '. Suxo la quale caretta, a la retornata, gè hera montato il duca nostro con Madona2.
A dì 12, il sabbato. Fu facto comandamento per publica crida da parte del duca nostro che ciaschaduno che faci vita rusticale, dibia fare pane de mistura a fine che più longamente se possa havere del pane, perchè se ritrova grande carestia per tuto e hozi se vendeva in Piaza soldi 20 il staro del fromento e apena se ne potea ritrovare, el milgio valea soldi 10, el orzo soldi 10 il staro. E questo perchè questi Ongari sono qui comperano asay biave da cavali: se expectano de acompagnare la Rezina al viazo de Ongaria; perchè gè sono anche molti Neapolitani, Fiorentini e Veneciani3.
A dì 13, la domenica. Lo excellentissimo duca nostro fece hozi baptizare il nolo suo maschio con grandissima solemnitade 4; il signore Marcho di Pii, Segnore de Carpi, portò suxo le braza il dicto puto coperto de uno velo de seda recamato de perle e con coperturo de brochado d'oro 5. Et inanti a luy andava tuti li cortexani e scuderi nobili e cavaleri e consiliarii per ordine, poi messer Nicolò Da Corezo 6, messer Guron 7 e messer Raynaldo Da Este fratelli del duca nostro naturali, el conte Matheo Boiardo 8, con trenta trombeti inaino e. ìov al domo.' Et fu portato il dicto puto denanti al vescho de Chioza 9 suxo uno tribunale
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denanti al Crucifìxo e lie sotto il baldachino l0 fu baptizato per il dicto vescho. E li com- padri son sta' lo ambasatore de la Signoria de Vinexia e lo ambasatore de' Fiorentini11. E gè fu messo nome Alphonso, Zoanne, Maria, Vicenzo e Francesco u. Et epso puto fu cristianato sotto il dicto baldachino denanti da la porta grande per il dicto vescho apparato 20 con la mitra in testa; e sotto il dito baldachino baptizato che fu, tuta la compagnia e lo dicto vescho lo acompagnò insino al palazo del duca. E li ambasatori tochòno la mano al duca e a la duchessa segondo il consueto de li compadri. Da poi tuti li ambasadori e segnori sedèno in capo de la sala grande adorna de le cortine de seda con la credenza grande de vasi de gran valore, dove gè hera dui giganti doradi con maze in mano 13, e cusì da ore 22 25 insino a 23 se baiò a son de trombe. Da poi se fece una triumphale collatione de confecti e animali de diverse sorte de zucharo ,4, con le trombe; la quale da poi che fu apresentata, tuta andò a sacomano 15. Et nota che ciaschaduno de li ambasadori e compatri donòno una
1 L'ambasciatore dei Veneziani, venuto per ralle- grarsi col duca per lo scampato pericolo ed anche per dissipare i sospetti circa la partecipazione della Signo- ria al tentativo di Niccolò D'Este, e l'ambasciatore 5 fiorentino, venuto pure per congratularsi. * Per continuare a confortarla.
3 Di grano vi era scarsezza per l'annata cattiva e poi anche perchè, ma certo come causa molto secon- daria, consumavano biade e grano per i cavalli e le
io genti gli Ungheresi venuti incontro alla loro futura Regina, i Napoletani venuti ad accompagnare la prin- cipessa, e gli ambasciatori fiorentino e veneziano.
4 Fu una grande festa per tutta la città il batte- simo del primo figlio maschio che assicurava la discen-
15 denza al duca.
5 Marco Pio (junior) di Giberto era il maggiore tra i principotti emiliani protetti dal Signore di Fer- rara, molto affezionato a lui e quasi di casa sua : era stato a Napoli a prendere la principessa Eleonora per
20 condurla sposa a Ferrara.
6 Niccolò Postumo Da Correggio, figlio di una Estense (v. p. 5 nota 7) era il più intimo e affezionato parente del duca, rimasto sin da bambino a Ferrara quando la madre si rimaritò con uno Sforza di Milano.
25 7 Gurone, abate di Nonantola, figlio naturale del
marchese Niccolò III.
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8 II poeta Matteo Maria Boiardo, conte di Scan- diano, frequentava la Corte di Ferrara ed era stato anche lui nella comitiva recatasi a Napoli per fare scorta a Eleonora D'Aragona.
9 Chioggia (Venezia). Era vescovo di questa " Ni- " colaus de Inversls „ (Uuhet.li, Italia Sacra, vescovi di Fossa Clodia).
10 Un palco con baldacchino davanti al grande Crocifisso del duomo.
11 Che tenesse il neonato a battesimo l'ambascia- tore dei Fiorentini, ben si spiega con le amichevoli rela- zioni tra Ercole D'Este e Firenze, da cui egli poco dopo fu nominato comandante del suo esercito in guerra. Ma, per lo stato delle relazioni tra Venezia ed il duca, 40 l'essere stato l'ambasciatore veneziano compare del neo- nato non può credersi che un'ipocrisia.
12 II secondo nome sarebbe stato Ottonello, secondo il Diar. Ferr., 91, 6. Il primo nome, Alfonso, fu dato al bambino, più che in ricordo di Alfonso il Magna- nimo, capostipite della dinastia aragonese di Napoli, per riguardo allo zio, Alfonso duca di Calabria.
13 La sala maggiore del palazzo di Piazza, addob- bata nelle grandi circostanze.
M Confetture a forma di castelli, damigelle, al- beri ed animali, come si usava. 15 A ruba.
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peza de brocha' d'oro ' al puto in presentia de tuti li astanti. El quale Dio lo conservi !
A dì 14, il luni. La illustrissima madona Eleonora se partì de qui e andò inCorbola* incontra a la sorella, che vene da Napoli per andare in Ongaria a marito, avenga che un'altra volta gè fu sta' et epsa non vegnesse.
A dì 16, il mercuri. La Regina de Ongaria madona Beatrice, fiola del Re Ferante Da Ragona, venne da Napoli et arivò al Ponte de Lagoscuro \ A la quale gè andette incontra insino a là lo illustrissimo duca nostro, suo cognato, con tuti li segnori, cavaleri e baroni e nobili de questa contrada. Con la quale Regina era la duchessa nostra, soa sorella4. E intrò in Ferrara cum la dieta compagnia per la Porta de Sancto Blaxio 5 hoc ordine: zoè la Regina hera suxo uno cavalo biancho bene ornato sotto il baldachino d'oro, con una corona in testa, d'oro, con li capilli biondi che pareano fili d'ori, belissima. E fu levato il baldachino da li doctori de medecina più antiqui, poi da altri doctori e procuratori et a l'ultimo in Piaza fu levato da li doctori lezisti più vechi insieme con lo rectore suo, corno quelli herano più digni 6.' Lo duca nostro acompagnava la Regina 7. Da poi de epsa gè hera il fratello de la Regina, don Fedrico 8, cum la duchessa nostra, e poi diverse matrone, signori e baroni a cavalo, ungari e napolitani, poi quatro carette de donne e don- zelle et altra turba cum grandisimo numero di pifari et trombetti. Et vèneno da la Porta di Sancto Blaxio insino a la giesia di Servi e de lì da San Domenico e de lì per la via de Sancto Stephano suxo la Via Grande e de lì insino a la Rovere de Sancto Andrea e di lì a Schivanolgio, poi da la giesia dei Jesuati a San Francesco e de He a la via di Sabion al Saraxino, poi in Piaza 9. Ma inanti al baldachino andavano prima la familgia del duca nostro, poi li familgi de li Ongari, poi li zintilhomini nostri, -posi li zinthilhomini ungari e napolitani, poi la spoxa, la quale fu acompagnata sempre per la tera comò de sopra insino a la schala de la Corte 10, dove gè hera circa doxento donzelle zintildonne ornatissime, le quali l'acompagnòno insino in le camere nove, ornate comò reched[e]va tanta Rezina; poi tuta la foresteria se partì, lassandola in le mane a la duchessa nostra, soa sorella, che era ore 23.
A dì 17, la zobia. De comandamento del duca nostro sono congregate tute le zentil- donne e donzelle da maridare fiole de bon citadini in sala grande dapo' dexenare, dove gè hera la Regina e la duchessa nostra con le altre matrone, assetate de cho' de la sala adornata corno de sopra, et se ballò a diversi modi insino ad ore 23. Et lo duca volse che le donzelle andasseno a domandare li Ongari se voleano baiare": li quali balòno secondo la uxanza soa a son de trombe. Et anche ballò la Regina, suo fratello, la duchessa, il duca e altri zintilhomini per compagnia de li forestieri. Ad hore 23 se fece in dieta sala una deletissima e habundante collatione de confecti con castelli de zucharo e altre cose n e cum vini dolci": tuta, presentata che fu a li forestieri, fu messa a sachomano, in modo che tuti
1 Broccato d'oro. del duca e della duchessa, stretti parenti della futura
1 V. p. 21, nota 7. Regina. Traversata la città da Settentrione a Mezzo- 20
3 V. p. 5, nota 3. Aveva risalito il corso prin- giorno, giunse alla chiesa di Santa Maria dei Servi, pas- cipale del Po. so dinanzi alla chiesa di San Domenico, imboccò la
4 Salita a Corbola sulla nave della sorella. strada di Boccacanale di Santo Stefano e ridiscese fino